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Autore: Alfredo

Musica, favole, amori, dolori
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Abstract: La musica è favola e realtà, è vita che nasce e vita che muore

Riferimento: Eugenio Finardi


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Mia dolcissima piccola fragola







Vorrei raccontarti una favola







(E. Finardi)









Càpita di ascoltare musica di ogni tipo, dalla classica al free jazz, dal pop alla musica etnica. Càpita anche di restare affascinati da musicisti e da brani molto particolari, spesso complessi, sofisticati o intriganti, che necessitano di un ascolto fine, attento, talvolta di ascolti successivi e approfonditi per capirne il senso artistico. Càpita di impegnarsi ad apprezzare opere o autori che molti altri non riescono proprio a comprendere, perché “difficili”, perché poco concedono a chi ascolta, sfidandone la sensibilità, l’intelligenza, la cultura, in taluni casi anche la pazienza e la resistenza all’ascolto. Càpita tutto ciò, e càpita pure che queste mie scelte musicali entrino pian piano a far parte in modo indelebile del mio patrimonio di gusto, della mia cultura personale, delle mie passioni speciali, della mia mitologia, delle mie ossessioni, del mio Io più recondito, e facciano tutt’uno anche con le mie pulsioni, con i miei istinti, con il sottofondo più magmatico della mia coscienza. Durante questo percorso il Sé si arricchisce di segmenti musicali, di riferimenti artistici, di gusti personali, di piaceri (e anche dispiaceri, perché no?), di ricordi, di passioni, di miti e di ossessioni dalle quali non potrai e non vorrai più liberarti, perché capaci di segnare in modo originario (e originale) il tuo essere, e perché a essi non intendi tu per primo più rinunciare. Tutte questo coacervo di arte e varia umanità diviene il tuo linguaggio, il tuo mondo mitico e musicale, il tuo presupposto ineludibile, l’ordine che circoscrive il tuo Io, lo sollecita, lo rende quel che è: la tua casa dell’essere (direbbe Heidegger).







Poi accade che leggi su “Write up” l’invito a pensare un brano, un autore, un evento che in qualche modo susciti o si ricolleghi a sensazioni, ricordi, fatti, persone che appartengono o sono appartenute alla tua esistenza. Si tratta di un fatto normale: ti chiedono di stabilire una connessione tra il tuo essere più profondo e qualcosa che appartiene, invece, all’universo musicale. Di evocare una scintilla scoccata a un certo punto della tua storia, e che oggi fa da guida ai tuoi ricordi. Che ci vuole? Potresti elencarne una dozzina almeno di questi link. Provi persino a farlo mentalmente in un attimo fugace. Ti getti allora nel tuo coacervo sonoro. La mente indaga, accorda, unisce (e disunisce) in men che non si dica. Sai già a quale evento musicale riferirti, a quale brano, a quale fatto, a quale circostanza, a quale persona. Hai solo l’imbarazzo della scelta. Questo o quello? La tua vita ha avuto, forse più di altri, una colonna sonora. Non ricordi certi istanti isolati, ma ricordi bene tutti gli LP di quel gruppo, il tono di voce di quel cantante, tutte le sensazioni provate a ogni singolo concerto, ogni emozione, ogni piacere, come in una galleria, come fossero quadri di una esposizione (Pictures at an exhibition...).







Ne parli persino con Gianna, e lei non ha dubbi: Favola, mi dice, avrai pensato senz’altro a questo, no? No, invece, non ci ho pensato affatto. Che diamine. Ho vagato alla ricerca di mille fili e di mille rimandi, ho attivato tutta la rete neurale per cogliere nessi di ogni genere, e poi mi rendo conto, invece, che il bandolo della matassa era lì, vicino a me, e andava soltanto afferrato, senza alcuna fatica. Le cose più semplici, quelle più naturali, sono davvero le più difficili da cogliere.







Perché Favola? Ci arrivo subito. Fatemi dire prima, per chi non lo sapesse, che Favola è una canzone di Eugenio Finardi, una dolcissima ninna nanna dedicata a sua figlia. Ho sempre amato la musica di Finardi e stimato l’artista. Quando nacque la mia prima figlia, Francesca, fu naturale eleggere a ninna nanna ufficiale proprio questo brano. Non l’unico, a dire il vero, perché il mio repertorio canoro svariava dalle canzoni di lotta (tipo Contessa di Pietrangeli o I treni per Reggio Calabria di Giovanna Marini) agli inni calcistici. Favola, tuttavia, era un po’ il nostro manifesto musicale, la "sigla" delle ninne nanne, potremmo dire. Così è stato anche per Irene, la seconda figlia, e per i miei nipotini Gabriele e Arianna.







Oggi Favola rievoca momenti teneri, attimi di nostalgia. Ed aggruma attorno a sé un universo di sentimenti, di affetti, di pensieri, che sembrano rivivere ogni volta che la si riascolta. Quando cantavamo questa canzone Irene e Francesca erano molto piccine, noi eravano più giovani, anche la casa dove vivevamo era più piccola dell’attuale, ma sempre accogliente. La canzone mi piaceva perché Finardi diceva di voler cantare una ninna nanna che fosse a misura di sua figlia, che parlasse di lei, senza lupi, fatine e magia, che non appartenevano al suo mondo, ma piena di vita vera, reale. Non so, ho sempre stimato Finardi come artista serio, affidabile, e ho sempre ascoltato con attenzione le sue canzoni, pensando che i suoi richiami alla realtà andassero molto apprezzati. E mi pareva che fosse giusto immaginare quei nostri esserini di pochi mesi in un contesto concreto, dove l’immaginazione incontrasse la realtà, dove la favola diventasse anche un po’ verità. Mi accorgo che era una sfida: immaginare una realtà diversa, ma non per questo meno realtà; pensare un’altra cosa che non fosse un sogno, ma un progetto concreto. Sogni, miti, ossessioni? Chissà. Restare nel solco di una favola vera (perdonate l’ossimoro) è forse la via più giusta per stare con i piedi a terra senza mettere radici troppo profonde (Like a rolling stones). Per questo forse Favola è restata incastonata nel mio animo, perché collima con uno spirito di cambiamento che non cerca illusioni o vagheggia ideologie; perché è stato un dolce richiamo alla realtà; perché nelle mie bambine vedevo un futuro possibile, un germoglio che attendeva di attecchire, una speranza concreta, un amore vero, un emozione intensa, non astrattamente romantica. Vorrei ringraziare Finardi anche di questo.







Ho riletto e sto per chiudere il PC, ma proprio in questo momento mi assale un ricordo. Cinque anni fa uscì in primavera un CD di Rod Stewart. Non ne conosco più il titolo, né riesco a ricordare un solo brano di esso, provo solo una sensazione sgradevole, un umore amaro. Lo ascoltavo in automobile quando andavo a trovare mio padre in ospedale. Era in rianimazione, da solo in una stanzetta, sotto narcosi, attaccato a un tubo per respirare. Ha resistito 13 giorni, aveva un cuore grande, poi se ne andato in silenzio e in punta di piedi, così come era vissuto. Una delle cose che ho fatto è stato far sparire quel CD, gettarlo alla rinfusa tra gli altri, quasi avessi voluto così scansare anche i ricordi che portava con sé. Oggi non so più dove sia, né come era fatto. È semplicemente scomparso, confuso nel mucchio, cosa tra cose.







Penso che attorno alla musica si addensino pensieri lieti e grandi dolori, un grande miscuglio di umori, emozioni, sensazioni aggrovigliate. Penso che non sia facile liberarsi da questo groviglio, tanto penetra nella nostra anima. Non so, ma è come se la musica sapesse raccontare la nostra vita meglio di noi stessi. Talvolta sembra quasi imprigionarci.





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