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Autore: ismael
Twenty-four hours

Abstract: Twenty-four hours dei Joy division
Riferimento: Joy Division
“Credo che in quel periodo, la mia vita fosse tutta lì.”
(Massimo Volume, Inverno 85)
“Abbiamo fondato i Joy Division perché volevamo scopare.”
(Bernard Sumner)
Twenty-four hours era perfetta, per un diciottenne. Per lasciare fuori il resto, e scatenare la propria solitudine. Una struttura esemplare. Nessuno voleva entrare? Nessuno avrebbe potuto.
A quella canzone chiedevo comprensione. Qualcosa che non avrei chiesto a una persona, non con la stessa intensità.
Nessuno poteva restare a guardarti mentre sbattevi le braccia contro i muri e contro gli angoli dei mobili, e mentre ti compiacevi allo specchio del sangue che usciva dal tuo braccio sinistro, dopo averlo lavorato con un coltello da cucina. I tuoi fratelli e tua madre e tuo padre, dormivano al piano di sopra. Che taglietti estetici. Chi davvero l’aveva voluto, l’aveva fatto davvero. Ian Curtis l’aveva fatto, e Sylvia Plath l’aveva fatto. Tu non eri che un bamboccio con il respiro affannato.
Ma un amico o un’amica, ti avrebbero dato del coglione - si sarebbero arrabbiati con te, in nome di un affetto che a te non bastava. Poi sarebbero tornati a casa loro.
In camera faceva freddo, e i muri erano di un bianco indisponente.
Quella canzone era perfetta per starti vicino, talmente vicino da poter credere di essere l’unico a sentirla - talmente addosso da farla coincidere con te, un altro te così accomodante, visto che non c’era: qualcuno che avrebbe capito, un altro te. E poi tu dicevi di odiarti - ma in realtà, erano gli altri che tu odiavi. E poi, dicevi di odiare quel mondo - ma ciò che del mondo soffrivi, era che non ti prendesse con sé - così che quel pezzo dovevi ballarlo più degli altri, perché era il tuo, quando arrivava - e la gente si scansava, restava bloccata, e tu saltavi, e cadevi, giungevi a far fatica a respirare. Quella canzone l’aveva scritta un tipo che era morto quando tu non avevi nemmeno sei anni, ma anche se ti avesse conosciuto, adesso, non ti avrebbe mostrato nessuna simpatia.
Quella canzone ti definiva.
E poi, a rivedere, perché quella? Perché oltre al dolore c’è la forza.
Perché a un certo punto, adolescenti, è normale pensare che se uno non sta male non è degno. Ma c’è una forza che può liberarsi, un’energia devastante. Questo, adesso che ci penso, per me vuol sempre dire Rock’n’roll.
Perciò, un verso come “Ho guardato al di là dell’oggi / non c’è assolutamente nulla”, oggi riesce a dirmi anche qualcosa di bello e di urgente. Lo so che è una forzatura - lo era anche il resto.
Non chiedo più a quella canzone di essere definito. Sono lontano da quella canzone così come sono lontano dall’adolescente che ero - ma le sono vicino come al mio stesso corpo. Le cellule muoiono a milioni e incessantemente vengono rimpiazzate, anche in corrispondenza delle cicatrici - e il tuo corpo non è più lo stesso, a logica, ma continua ad avere memoria di sé.
Io so di questa persona che da lungo tempo non sono più io. So che senza di lui non ci sarei.
Ora non c’è più nulla a cui io chieda di venire a definirmi - però sono riconoscente a ciò che mi accompagna, inaspettato, e arriva e mi morde lo stomaco e il cuore.
“Certe volte / è importante vedersi / più belli /
Quanto basta / per sentire che il mondo è /
vicino /
e non è perfetto.”
Carmen Consoli, Non volermi male)
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