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Autore: occhio
Diario

Abstract: Ascolto, anzi sento Mozart. (SINFONIA N. 40 in sol minore K.550; EINE KLEINE NACHTMUSIK K.525; CONCERTO PER PIANOFORTE n.21 K.467; SONATA PER PIANOFORTE K.331) È l'una di notte e qualcosa dovrà accadere prima o poi.
Riferimento: Mozart
Sono una radice feroce, che più vorrebbe divorare la terra e più s’aggrappa.
Morirà di crepacuore questa radice.
Morirà nella delusione della vita.
Non stringe nulla. Si insinua e basta. Spacca l’uniformità grigia del carbone e si distende soffrendo. Ogni pietra è amara portatrice di frescura. Il tufo ammorbidisce il calore spesso del sottosuolo. Si riduce ad essere un risvolto di piacere, un solco nel dolore.
C’è che mi sono disaffezionato a quello che ho scritto l’ultima volta.
E questa è una confessione. Colpa di Mozart che mi rende ineluttabile la sera e tutti suoi figli. Parti e partenze non volute, distacchi, ritrovamenti di cadaveri.
Sono sull’abisso.
La linea d’ombra diventa palpabile anelito. Speranze, vacuità, entusiasmi, angoscia, avventate decisioni affollano il paesaggio tutt’intorno. Crocicchi blues s’addensano scheletrici. I rovi miei non sono in fiamme e nessuno mi parla, nessuno mi dice niente.
Ammetto che scrivere di notte è un tradimento sincero.
Guardare il monitor, questo mare bianco senza riflesso, e pensare al tempo è avere visioni, presagi, timori, necessità.
Guardare il monitor è aspettare il proprio spettro passare vecchio e canuto, ricordarsi che si è vivi ora, per questo lo si è stati, per quanto sia stato possibile.
Guardare il monitor è vedere 2001: odissea nello spazio.
Tutto questo non l’ho scelto. Mi è capitato.
Poi non lo so se mi è capitato perché l’ho scelto.
A volte penso che me lo portavo dentro, a volte non ci penso. Penso pure che chissà cosa potrei avere ancora sotterrato nello stomaco, avvolto tenacemente nell’incarto carnoso del mio cuore, inchiodato al capezzale della ragione, ricattatrice bisognosa di cure.
Di certo una canzone non basta ad un uomo che vive di momenti.
Ce ne vorrebbero non so nemmeno io quante.
Anche scriverne una non sarebbe sufficiente. Sarebbe del momento in cui abbiamo detto “sono contento. Sono reso libero dall’amore che a lei mi lega quando la vedo fra le braccia di un altro.”
Il fatto è che viviamo con le canzoni e ci doniamo a loro, manco fossero le ultime per noi. E lo sappiamo che non è così, ma ce ne dimentichiamo, come della morte, vivendo.
Poi, un giorno, la radio, una vecchia fisarmonica, un arrotino canterino, un fruttivendolo intonato, una musicassetta disintegrata, un vinile ondulato, una puntina rattrappita, un cd ritrovato, ci diranno dove eravamo venti anni fa alle sedici di un pomeriggio d’estate, cos’era Firenze quindici anni fa, com’era la neve una mattina di primavera, la sabbia quella sera dall’umore uterino, anche i miei meno di dieci anni fa, gli abiti di mia nonna e le sue strane ricette, il pelo del mio gatto, il guaito notturno del mio cane, io meno di un anno fa, meno di cinque minuti fa, io cosa potrò pensare mai e ricordare fra… anni di questo momento. Cosa lascerò andare via? Cosa ritornerà?
Allora, come se questo scritto fosse una pagina di diario, dico in tutta onestà che non sono un conoscitore approfondito di musica classica e farei bene per questo a non scriverne, tuttavia credo che il nodo sia la sincerità, quindi non mi sottraggo, nemmeno di fronte a me stesso.
Veramente non capisco perché io stia ascoltando da un paio di settimane solo Mozart.
Che senso ha?
Necessità pura. Senza costruzioni. Ripeto non so nulla di musica classica, ad eccezione del mio amico Ludving.
Non apprezzo la tecnica, perché sono un ciuco.
Godo solo della sua musica, così piena di poesia.
Allora, voi direte, cosa c’entra Mozart con le canzoni, se per esse intendiamo una melodia e delle parole che sappiano di noi parlare? Rispondo che c’entra appieno. Mentre sento salirmi i rigogliosi archi e piovermi dentro i chicchi angelici e lucidi di piano, canto le mie parole, la mia vita, il suo abbietto incanto. Svelo il mio fallimento continuo con la forza e l’energia fresca della rugiada al mattino. Mi regalo promesse e albe al tramonto.
Questa musica è delicata e forte come la verità. Si dipanano le note e vedo la fanciullezza come forza vitale, la naturalezza come condizione esistenziale, sia agognata o realizzata appieno.
È così complessa e lineare da lasciare senza fiato. Io la sto oltraggiando parlandone. Dovrei limitarmi a sentirla nelle mie vene, sentirne i passi e seguire la quiete che ha dentro ogni pausa e nota suonata.
Poi pur essendo meravigliosamente popolare, EINE KLEINE NACTHMUSIK K. 525 viene cantata allo stadio (sai chi è quel giocatore che assomiglia al magico Pelè…), non perde un grammo del suo splendore. Non stanca e non s’affloscia. È padrona compiuta di sé.
Ecco, scrivendone ho capito perché mi sto affidando alla musica di Wolfang.
Cerco anche io, in questo momento, di essere padrone di me, perfettamente compiuto. Audace e naturale, folle e intelligente, perfettamente dentro il proprio tempo e fuori di esso per sempre, io così vorrei divenire. E Mozart mi insegna, mi seduce, mi spiega, senza ostentare saggezza. Tutto è naturale e leggero, così come io vorrei che fosse.
Lui con la sua musica, io con le mie parole.
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