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Autore: Alfredo

La musica del cuore
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Abstract: The river di Springsteen scorre verso la tua anima. Ogni nota sembra pizzicare anche le corde del tuo cuore

Riferimento: Bruce Springsteen


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Non è stato amore a prima vista. Era il 1980, e altre sirene sembravano attrarre i miei gusti musicali. Suonavo la batteria e amavo il jazz, il funky (soprattutto se combinato con il rock e lo stesso jazz), il reggae-rock suonato dai Police, London Calling dei Clash, Gang of Four, insomma tutto ciò che avesse una base ritmica interessante e fosse il risultato innovativo di una miscela di generi, piuttosto che il solito prodotto di scuola. Inutile dire che mi soffermavo moltissimo sui timbri sonori, sugli intrecci percussioni-basso, sullo stile di questo o quel batterista, Stewart Copeland su tutti, ma anche Billy Cobham, Elvin Jones, Mike Giles, Franz di Cioccio, Bill Bruford, solo per dirne alcuni. Era il periodo in cui mi ero innamorato di Remain in light dei Talking Heads, perché univa alla base funyk-rock un grande impasto sonoro di chitarre, tastiere e cori, mentre la voce di Byrne era davvero curiosa, stridente ed affascinante. Vero postmoderno. Per non parlare di cose punk americane come Dead Kennedys ed X, davvero eccitanti.



The river di Springsteen effettivamente non c’entrava niente. Troppa melodia, troppe chitarre acustiche arpeggiate, troppo struggimento sentimentale. Troppo pop, pensai anche. Amavo Born tu run ma non ampliavo a tutta la produzione di Springsteen questo mio interesse. Che me ne facevo di una canzone senza una ritmica ficcante, senza suoni particolari, anche un po’ lagnosa? Non ebbi il coraggio di dirlo in giro, ma quella canzone proprio non mi andava giù e, nel tempo, quasi la dimenticai.



Poi, forse, si cresce, o cambiano i tempi, o le esigenze diventano altre, oppure si entra in una fase nuova, animata da un altro spirito, più combattuta per certi aspetti, meno per altri. Senza dimenticare nulla di quanto hai amato sino ad allora, perché ciò che si ama non dilegua mai, senza perdere il filo che ti lega agli anni trascorsi, alle cose andate e non solo alle persone, senza che tutto ciò accada, ti trovi a pensare altre cose e ad amarne di nuove. Accade quasi naturalmente, pezzo a pezzo, senza che si spezzi mai davvero la continuità della tua esistenza. Però accade. E allora nuovi oggetti, nuovi brani di vita, nuove esistenze entrano nel tuo spirito. Alcune si affiancano alle prime, altre sembrano invece oscurare quanto sino ad allora ti ha accompagnato. Diventano nuove ossessioni, nuovi miti, nuove figure della tua anima. Ne nascono strati che si sovrappongono a strati più antichi. Tu diventi geologo di te stesso, la tua anima una crosta di terra da sondare. Risenti le cose vecchie e i vecchi amori con altro spirito e altro interesse, non le dimentichi quelle cose, ma esse acquistano nuova luce, talvolta più opaca, in altri casi più luminosa, comunque diversa. Ti accorgi che  la tua vita è forse cambiata, ed è accaduto qualcosa di rilevante. Non vuol dire che il passato non ti piaccia più, vuol dire solo che hai bisogno di altro, ed altre sono le risposte che cerchi. Si tratta, magari, di risposte sbagliate, troppo nostalgiche, riflessive, emotive, per certi aspetti regressive, però sono quelle, non altre. E, poi, soprattutto sono tue.



Anche la tua musica ne risente, com’è ovvio. La musica è un po’ il registro dell’anima, trascrive ogni moto, ogni soprassalto, come un sismografo. La musica ri-cor-da tutto, tutto esprime del cuore, tutto divora e tutto conserva dei tuoi sentimenti. E così, forse a cicli ma senza un scadenza precisa, le corde dell’animo cominciano a essere pizzicate anche da altre emozioni e, quindi, anche da altre sonorità, che mai avresti immaginato di amare. Non è un tradimento, solo vita che cambia, e la musica la trascrive accuratamente. Càpita allora che una radio rimandi The river e a te sembra quasi di sentire per la prima volta quel brano. Quella voce struggente, quella melodia che una volta ti appariva sin troppo melensa. È come se ora ascoltassi davvero quella canzone, come se la ri-cor-dassi per la prima volta, come se parlasse alla tua anima come mai aveva fatto. Forse perché prima la tua anima era un’altra, o meglio perché nel frattempo un nuovo strato si è aggiunto ai precedenti, e nuove figure si stagliano dentro di te. Ora The river è di fatto un’altra canzone. E sembra saziare quel bisogno di struggimento, di malinconia, ma anche di attenta, serena riflessione, che adesso covi dentro. Impari ad amare quella voce che sembra uscire direttamente dalle pieghe più tormentate dell’animo, quella musica che accompagna la tua nuova inquietudine, quei testi springsteeniani che parlano di disincanto, di vita che divora l’amore, di tempi che tritano i sentimenti.



Pian piano senti che il fiume ti entra dentro, penetra deciso nel tuo padiglione uditivo, passa velocemente nel tuo cervello, ma punta diritto alla tua anima, la cerca, la vuole, se ne vuole impossessare per consolarla forse, per prendersene cura, ma credo di più per ridarle energia e prepararla ad altre battaglie. È un fiume lento ma implacabile, che mi ricorda un po’ Il treno di Finardi: più il treno va, più ti porta con sé, dice Eugenio. Il movimento è lo stesso, inesorabile. Nello stesso modo, il fiume e il treno si impossessano di noi, ci catturano, ci ri-cor-dano, ci trascinano, e noi sembriamo quasi abbandonare le nostre vite a quel destino, senza rinnegare nulla di ciò che siamo e diciamo: sono quello che tu vedi, oh my love, dice sempre Finardi. E non possiamo impedire che il fiume ci chiami ancora, pur disseccato, down to the river, my baby and I, oh down to the river we ride.



Forse, se la musica non fosse questo strumento che accompagna i moti del nostro cuore, nemmeno potremmo amarla così tanto e nemmeno sentiremmo mutare i nostri gusti musicali al ritmo dei mutamenti della nostra anima. C’è una linea sottile che collega ogni singola nota musicale, ogni accordo, ogni linea melodica, ogni parola di testo ai nostri sussulti più reconditi. Due tracciati che si influenzano reciprocamente. Due linee sinergiche. Due onde che si accavallano. Lo pensavo riascoltando Keith Jarrett, quel meraviglioso magma sonoro, ora trama ora onda, quel fiume di emozioni chiamato the Köln concert. Lì ogni sobbalzo del pianoforte si bagna davvero nelle acque, in ogni singola goccia del fiume di Springsteen. Lì sobbalzi anche tu. Lì davvero c’è qualcosa che ti porta via e ti fa sussultare, e ti prende l’anima, e la pizzica nota dopo nota, battito dopo battito. Un battito, una nota. Quasi un rispecchiamento, quasi una musica del cuore.





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