Cerca
Leggi scritto
Autore: occhio
Amo Miles nonostante Coltrane

Abstract: Miles Davis. Non voglio annoiare nessuno, perciò sarò breve. Amo i suoi dischi. Li possiedo quasi tutti. Non mi stanco mai di lui, perché lo vedo così diverso da me. (Scritto "scritto" ascoltando “Bitches Brew”)
Riferimento: Miles Davis
Miles Davis è.
Potrei anche fermarmi qua e avrei già detto tutto.
Ha interpretato il tempo. Il suo.
Ha interpretato il tempo. Il nostro.
Ha interpretato il tempo. Dei suoi padri.
L’ho visto suonare all’incrocio fra il prima e il dopo. Sempre.
Ha detto la parola cool e cool fu.
Ha detto la parola modale e modale fu.
Poi ha dato il corpo morto del jazz alla luce dell’elettricità.
Molti sacerdoti del grande tempio gridarono allo scandalo. Lo cacciarono via, strappando le loro vesti e scuotendo la polvere dai loro sandali.
Lui continuò a predicare, preferendo le puttane alla forma accettata del sacro.
Molto più sacrilego speculare nell’aria fitta d’incenso che predicare fra teste scapigliate dal vento, pensò. E si chiese dove fosse la verità, non trovandola più nelle leggi scritte e codificate.
Egli non giudicava. Egli viveva.
Salì precipitando.
Beveva i suoi amari calici: Betty, la droga. Eppure tutto veniva battezzato nuovo nelle acque del suo strumento: la tromba.
Nella sua musica non c’è né dolore né speranza. Egli guarda il mondo. È consapevole. Ha un distacco divino e supremo, pur suonando così vicino alla sua anima, guardandola in faccia.
Tutto questo è per me Miles.
È per me Miles tutto questo? Viene da chiedersi ascoltando i suoi dischi.
Le spezie di Bitches Brew.
L’urbano fragore di On the corner.
La notte di Kind of Blue.
Il fumo di Birth of Cool.
La strada di In a silent Way.
Il sole di Skecthes of Spain.
E potrei dirne ancora ma a cosa servirebbe se poi in ogni disco, nonostante la diversità della forma, quello che viene fuori è sempre questa sua visione superiore.
Quando ascolto i suoi pezzi mi viene in mente il decimo episodio dell’Ulisse di Joyce.
Lo scrittore ci porta con sé a vedere dall’alto la città di Dublino e i pensieri che l’attraversano, servendosi della sua scrittura così reale ma densa di riverberi, artifizi, richiami.
Allo stesso modo Miles ci mostra quello che accade in ogni momento, con una musica che s’aggiorna senza forzature, anche quando è massiccia come il caso di On the corner, oppure astratta come il caso di Bitches Brew.
Per tutto questo amo Miles.
Eppure mi sento diverso da lui.
Io non sono come lui, un Dio che sa della carne. Io non sono come lui, un uomo che accetta la sua umanità.
Io mi chiedo ancora cosa ci faccio io con me? Io mi sento più vicino a Coltrane, con la sua rabbia trascendentale. Eppure amo di più Miles. Forse perché quando ascolto Coltrane trovo domande, mentre con Miles solo risposte.
lascia un commento :: 1 commenti
Versione per Stampa
Torna