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Autore: ismael

L'epilogo
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Abstract: "Parole sulla musica 2006": L'epilogo - Carmen Consoli, 2000

Riferimento: Carmen Consoli.


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  Francesca aveva litigato con Giulio. Eppure se avesse raccontato a una sua amica di quel sabato sera, la sua amica le avrebbe risposto “Ma dai, secondo te è litigare?”
  Era il suo modo di farlo: lei taceva, e lui si ritirava. Quella favola invidiata dal di fuori, di una coppia che non litigava mai. Giulio amava i giri di parole, e gli accomodamenti con cui, alla fine di una discussione, compiacersi per quanto ci si era capiti a vicenda e rispettati. Lei invece aveva taciuto, e lui era andato in bestia. Perché lei non reagiva, messa lì a dargli ragione come un bambino che aspetta che passi la sgridata. A lui, Francesca era sembrata strafottente. Gli era toccato di sentirsi stupido, a parlare da solo, e se avesse continuato le avrebbe potuto urlare in faccia, ma non si era permesso di farlo, perché superbo com’era, non avrebbe sopportato di doversi vergognare. Quindi era stato costretto a seguirla nel tacere. Aveva preso le sigarette, per andare a fumare sul balcone. Aveva preso quelle di Francesca dal cassetto in cui le teneva lei, nel salotto di casa, e quella familiarità ostentata con il salotto dei suoi era stato il modo di Giulio per farle male, senza un grazie carino sul viso. Ne aveva fumate due a fila, la prima un po’ davvero per calmarsi o per attaccarsi a qualcosa, la seconda sicuramente per calibrare il peso della propria assenza. Lei era rimasta seduta sul divano. Lo sapeva come si sentiva lui: bastava così poco, perché tutto andasse bene, e invece non andava per niente, e lui non si capacitava di questa cosa assurda.
  Anche se lo avesse riaccolto con una frase dolce, lui ormai non sarebbe riuscito a prenderla per quello che era. Un filtro l’avrebbe distorta. Nell’attimo in cui aveva capito che una frase dolce non l’avrebbe detta, l’unico attimo in cui avrebbe anche potuto piangere, Francesca si era sdraiata sul divano. Restare sdraiata al suo rientro, era dirgli davvero “non me ne importa niente”. Perciò quando lui aveva aperto la porta finestra, lei si era già rialzata. Lui aveva preso la giacca e la sua roba, dopo mezz’ora che era arrivato, e lei l’aveva accompagnato giù per le scale fino alla porta, senza dirgli nelle spalle di non andare via. Lui si aspettava che lei lo dicesse, e lei sapeva di doverlo dire, ma allo stesso tempo ognuno dei due si aspettava che l’altro volesse compiere la scena fino in fondo, alzando la posta per chissà quale istinto. Perciò lei aveva chiuso la porta d’ingresso, aveva sentito lui chiudere il cancello del giardino, e buttare nel baule il borsone con il cambio e la sua roba per il bagno. Aveva sentito partire la macchina, mentre risaliva le scale. Era entrata in cucina con la gola secca di sconforto. Le solite foto sul frigo. La luce delle lampadine nuove, era troppo bianca. Francesca l’aveva spenta ed era salita di sopra, a cercare le ciabatte. I panni stesi gocciolavano in mansarda. I suoi genitori erano via per qualche giorno, era sabato e non sarebbe uscita, Giulio probabilmente era già entrato in birreria, e probabilmente avrebbe bestemmiato incontrando qualcuno e parlando di lei. Francesca sarebbe stata in casa, e avrebbe ripensato a com’era sorridente e normale la faccia di lui al videocitofono prima che lei lo facesse entrare.





  Quando si era svegliata, domenica alle dieci, nevicava. Neve di marzo inoltrato, pesante, che attaccava male, ma veniva forte, e a mezzogiorno non aveva ancora smesso. La macchina era nel viale, e non in garage. Era la spinta che serviva per uscire. Francesca aveva preparato la borsa del nuoto e messo in tasca il cartellino dell’abbonamento.
  Lo spazzaneve non era passato e non c’erano altre macchine per strada. Il parcheggio della piscina era deserto, la ragazzina all’entrata giocava a un solitario di carte sul computer. Francesca si era andata a cambiare.
  C’erano tre persone in vasca, se l’era immaginata, con la neve, aveva una corsia solo per sé. Poi era entrato un signore, un nuotatore elegante che Francesca aveva visto molte volte. Aveva regolato le sue bracciate sull’andatura di lei, e lei lo stesso, e per mezz’ora si erano incrociati senza darsi fastidio. Francesca aveva fatto venti vasche a stile, dieci a rana, poi finalmente le sue vasche a dorso. A lei era sempre venuto così bene, e non aveva mai capito perché tanti maschi lo odiassero. A lei era sempre piaciuto nuotare scorrendo con lo sguardo il soffitto a travoni di legno di quella piscina, legno d’abete scurito appena da un passaggio di vernice, curvo e protettivo sebbene così alto. Conosceva il trave al quale girarsi e trovare il bordo per la virata. Ogni tanto sul bordo si fermava, in punta di piedi. Dava modo al signore di nuotare comodo e riprendersi lo spazio, se aveva rallentato. Un’altra cosa che le piaceva di quella piscina era la vetrata delle pareti laterali. Vedeva la neve cadere sul parco, il sentiero imbiancato. I tubi delle altalene e ogni altra cosa non ancora bianca, così netta e scura per contrasto. Il legno e le vetrate, un ambiente caldo pulito e spazioso, lei nel suo costume intero, mentre il freddo fuori teneva linda ogni cosa, in un parco poco frequentato: la sua arbitraria idea di Scandinavia.
  Aveva nuotato contando le vasche, pensando a Giulio e a lei, ma non un vero e proprio sviluppo di pensieri. Piuttosto un’idea costante, come un oggetto o una presenza, a cui lavorare tenendola davanti, mentre tutto il di più che c’era intorno si scioglieva. Era così che Francesca pensava nel nuotare.
  Contava le sue vasche, e se si accorgeva di avere perso il conto, ne faceva due in più per sicurezza. Era una specie di scaramanzia corporale. Avrebbe potuto star lì fino al buio. Eppure c’era sempre un momento in cui non aveva più senso continuare, e la sua forza di volontà spariva. Usciva dall’acqua frastornata e restava così per un minuto, fino a raggiungere la doccia. Poi si sentiva immancabilmente felice.
  Infatti anche stavolta era andata così, e Francesca sapeva che in macchina, dopo, avrebbe fatto una strada più lunga per il gusto di guardare in giro, e per finire sotto casa di Giulio, per sorridergli al videocitofono. Mentre si vestiva si era vista bella e soddisfatta dei suoi fianchi. Il martedì si sarebbe tagliata i capelli. Impossibile che stesse già venendo sera, era il vetro opaco dell’uscita. Anche se era difficile da credere, era primavera, e presto sarebbe cambiato l’orario.
  Aveva smesso di nevicare. Se n’era accorta solo fuori. Nel parcheggio c’era già una pappa grigia, dov’erano passati con le ruote. La strada principale era lucida e sgombra, come se avesse soltanto piovuto. Al bivio Francesca aveva preso una stradina secondaria. Addirittura il cielo si era aperto in qualche squarcio, azzurro chiaro, e la luce sui rami carichi di neve era stupenda. Eppure, il fatto che avesse smesso di nevicare, veniva per cambiarle i piani in qualche modo.
  Quando aveva acceso la radio c’era “tutto il calcio minuto per minuto”. Francesca non si ricordava perché la radio fosse su quella frequenza. Aveva lasciato lì, senza ascoltare, ricadendo sul fatto che era domenica. Fino all’intervallo, quando aveva spento, perché le notizie sul traffico le davano tristezza. Sul bordo della strada qualcuno camminava nella neve per fare contenti i bambini. Qualcuno spazzava il tetto dell’auto con la scopa.
  Sarebbe andata sotto casa di Giulio ugualmente. Proprio così le era venuto da pensare: che ci sarebbe andata ugualmente. Da quel suo stesso pensiero, dopo averlo fatto, aveva dedotto l’epilogo.
  Per qualche tempo, magari anche mesi, sarebbe rimasta custode dei posti che riguardavano lui, non solo di quelli in cui erano stati insieme, anche di quelli che Giulio le aveva soltanto descritto. Di quelli in cui le aveva raccontato di avere giocato alle medie, o avere fatto gare in motorino.
  Per un po’ avrebbe trasalito a questi posti, e poi le sarebbe passata.





  Sotto casa di Giulio, la luce esterna era accesa anzitempo. Una gazza saltellava nei tratti di terra scoperta sotto gli alberi del viale. Un signore tratteneva il suo cane dal buttarsi sul mucchio di neve che ingombrava il marciapiede. Francesca aveva guardato in alto, al terzo piano. Le piante grasse sul balcone. Non aveva suonato il campanello, ma aveva guardato ancora un po’.
  Quando si era voltata di nuovo verso il viale, il cane e il padrone non c’erano più, la gazza saltellava più lontano. Lei aveva voglia di bere il caffè d’orzo. Tutto era immobile e distratto dal suo senso, sospeso in un’aria di pena passeggera.







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