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Autore: b.e.a.
Mitigare

Abstract: Concorso "Parole sulla Musica 2006"
"Bohemian Rhapsody", QUEEN
Riferimento: Queen
Il suo traguardo non era, allora, resistere due ore e poi andare a fumare, fuggirsi; scandire, organizzare, dividere. Fra qualche anno si alzerà, metterà la giacca, sistemerà il colletto, attraverserà la stanza, la maniglia sarà il suo traguardo, se è così che si esce da qui. Ma il suo traguardo, allora, era stato svegliarsi, ritrovarsi al buio, le coperte ancora calde ed alzarsi.
Il suo traguardo era stato prepararsi e vestirsi fino ad un caffè davanti ad una nuova vita, alla sua nuova scuola. Tu non lo sai, non ti ha mai pensata, in quella fretta di vedere altra gente che non fossi tu, di essere grande. C’era nell’aria il colore delle possibilità, un brillare che lei respirava con la voglia di guardare, da sola. Tutto era davanti: non aveva senso che il traguardo fosse scappare, lei allora doveva raggiungere. E così si era svegliata.
Ogni cosa aveva in sé un divenire, attraversava corridoi larghi di vetrate ed archi e sentiva di avere due gambe da conquista. Non poteva fermarsi per pensarti, perché era ancora aprile e gli alberi avevano quei fiori che solo due occhi che hanno voglia di correre sanno vedere così belli.
Non c’era da fermarsi, da scrivere, da scandire, non prima di maggio. Non c’era tempo e dormiva poco perché c’era poco a cui pensare. Qui da noi il tempo è uno scherzo. Per questo è strano guardarla ora, com’è diversa, come senta, dopo anni, quella vecchia canzone e si accorga, proprio così, di non aver mai scritto di maggio, di non averlo scandito, di non averlo detto a te, di non avere avuto tempo per essere tua figlia. Si rende conto di come il tuo traguardo sia stato, forse, mancarlo.
Ma questa notte succede qualcosa e ti scandisce, come a cercartelo lei, dopo anni ed anni, dopo maggio.
Si alza, si mette la giacca, sistema il colletto, attraversa la stanza, la maniglia è il suo traguardo.
-Buonanotte- ti dice.
Non piange, è scorza dura. Si siede per pensarti.
È difficile riuscire a non dare niente, anche non volendo, qualcosa sfugge sempre. E allora, adesso che ha tempo, cerca se l' hai amata di sghembo, un gesto su un fornello, tu che stiri, tu che ti vesti. Una traccia di amore vero, un istante, a stirare. Ha cercato in tutti i posti dove tu non c'eri, solo per il sollievo di non trovarti, desiderato ogni cosa che non ti assomigliasse, amato tutto a patto che in tutto tu non ci fossi. Ma una volta ti ha chiamata con il cuore, lo ricorda.
Rivede maggio, riapre gli occhi al suo maggio. Vorrei prenderla per un braccio e spostarla, perché sia in tempo, ancora. Per gioco.
Ritorna a casa con non so quali gambe. È una povera cosa, un cane che muore. Ha i braccialetti di cotone ai polsi, attraversa la strada, la gente non sa niente. Non c'è nessuno al mondo che possa sapere, per poi capirlo, per un momento, che lei adesso sta morendo e non si vede. Per tutti si direbbe che sia viva, basta guardarle la felpa, com'è blu. Ma il mondo è un ronzio in un vuoto di immagini, forse continua a muoversi. Le sue cose, ogni cosa, sono povere cose, niente ha più un senso che non sia un ronzio.
C'è una miseria nell'atto tragico, irreversibile, che bisognerebbe mettersi dell’ erba in bocca e nascondersi la faccia di polvere. Non te lo aveva mai detto.
Il colore non è una qualità dell'oggetto. In realtà, prima, in un corridoio largo, fatto di archi e di vetrate, un uomo, che non ti assomigliava, l'ha fermata per amarla. Le mani di un vecchio, molte rughe, la bocca. Lei non sapeva scappare. Torna a casa, ora è il suo traguardo. Qualcosa succederà. Tu non ci sei, così lei dorme per due giorni e non si spoglia. Non c'è consolazione per un dolore che non si sa spiegare; la gente, da parte sua,non lo capisce. E anche lei è "la gente" e non lo sa che dolore ci sia nell'essere amati così, da bambini. Lo sente solamente. Perché c'è la vanità disperata che uno al mondo la ami. Forse è per questo che lei, alla fine, non muore sul serio, ma, presa da una frenesia di singhiozzi e di non saper che fare e che trema e non lo racconta, cammina per casa, guarda fuori se la inseguono e poi decide di ascoltare una canzone, come avrebbe potuto uccidersi o mangiare.
Non l’avrebbe mai ascoltata, ieri, perché lei ama le parole che conosce, vuole capire le cose; nella musica, cerca la parola che scavi e che trovi, ma questo è prima. Lei non conosce l'inglese, ma è talmente fatto di nulla il suo non saper che fare, che ascolta la canzone come a grattarsi. Potrebbe dire "gatto", non cambierebbe nulla, adesso, tanto nessuna parola potrebbe salvare, ridare, strappare, mitigare.
Si sdraia a terra, per sentire il fondo com'è, quello del pavimento... Si chiede, per la prima volta, come farà mai, domani, a svegliarsi. Appoggia la faccia calda di pianto sulle liste di legno. Aspetta che arrivi il momento… Il momento è quando si grida "Mamma". Lo si grida tutti insieme, ma lei in silenzio perché la voce è un ronzio: basta la musica. L'ululato. È un singhiozzo lungo che non cessa, il male che non finisce e corre, il pugnale che si infilza e in eterno è lì, nell'atto di infilzare, un calcio per sempre. Tu non la senti, mentre ti chiama. Lei forse non vuole nemmeno che tu la senta, fatto sta che ti chiama, non lo fa, ma urla. Si ritrova negli altri e in tutti, ora che uno l'ha smarrita. In quel grido ci sei tu, che non ci sei; c'è la soluzione, che non c'è; c'è desiderio di niente. C'è che se potesse aggrapparsi ad una nota che ti chiama, si lascerebbe sollevare, estirpare dal mondo.
Ora è seduta, inestirpata, pensa a te. Dov'eri? Il suo traguardo non era resistere due ore e scappare. Ti ha chiamata a lungo, per quanto è lunga la canzone. E la canzone non ha fine. "Mamma, salvami!", ieri.
Ora dormo.
Beatrice Zerbini
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