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Autore: ben crood
Arie francesi

Abstract: "Cantami o diva": il mondo secondo Paolo Conte, in una "fantomatica" intervista...
Riferimento: Paolo Conte
Una delle abitudini che più tediava Amintore Farfuglia era quella di radersi.
Passava periodi radendosi due volte al giorno, e altri in cui lasciava crescere una barba soffice e inoffensiva. Mai che si lasciasse andare a costose vie di mezzo: costose perché responsabili di un impegno sovrumano nell’inseguire la simmetricità della basetta destra con quella sinistra, del baffo da destra a sinistra. Perché poi, una volta ammesso l’errore, tocca di dover accorciare anche dall’altro lato, fino ad avere un risultato totalmente diverso dall’idea originale.
'Tanto vale essere barbuti o puliti', aveva sempre sostenuto Amintore.
Nulla era cambiato da quando si era trasferito in Francia, a Parigi, in Rue de Roissy, un sobborgo in cui una decina d’anni prima aveva avuto luogo la "rivolta delle banlieus", ma che era diventato, coi successivi governi, un vero e proprio quartiere intellettuale, in cui maghrebini, francesi, austriaci, esuli americani e italiani passavano il tempo a comporre musica, parlare, scrivere, confrontarsi sul mondo.
Amintore aveva deciso di lasciare l’Italia perché gli stava stretta. Perché non riusciva a pubblicare le sue vignette da nessuna parte, perché il suo lavoro in patria aveva perso valore. Così da cinque anni si trovava a Parigi, dove aveva trovato la voglia di ricominciare, seppure andasse per i trenta, con un turbinio di amicizie, amori e disillusioni alle spalle. Ormai.
In un primo tempo si era dedicato totalmente all’apprendimento della lingua. Voleva capire la cultura francese, andava a convegni, dibattiti, lezioni di lingua, letteratura, guardava la tv.
Voleva essere un vignettista francese.
Poi cominciò a disegnare. Trovò spazio su qualche fanzina locale, sui giornali dei giovani studenti. Ma si sentiva ancora lontano. Era percepito come una specie di nota folkloristica. Un vignettista italiano, una specie di fenomeno da baraccone.
Eppure in Italia era piuttosto conosciuto, o almeno così era nell'underground. Aveva messo a nudo le passioni, le debolezze, le idiosincrasie degli italiani, dei suoi coetanei. Forse per questo avevano cominciato a emarginarlo. Lui, come tutti i suoi colleghi, eccezion fatta per quelli che si erano adeguati alle esigenze del governo, nazionale e locale, lo stesso da quindici anni.
Molti suoi amici erano andati via da tempo, proprio a causa del governo. Lui no. Il problema non era il governo. Era il Paese.
"Amintore, Amintore, hai quasi trent’anni, e ancora ti tagli il mento quando ti radi!", disse ad alta voce, guardandosi allo specchio.
Poi andò in salotto. Si mise comodo sulla poltrona, accese una sigaretta, pensò come ogni giorno a quell’ora che in Italia non si sarebbe mai potuto permettere una casa così, poi cominciò a fare pensieri di riscatto intorno alla sua situazione.
Poi, all’improvviso, un odore strano. Non era puzza e non era profumo, non erano fiori e non era fumo.
Fumo fu, ma qualche secondo dopo.
Fumo ovunque, sui quadri, sulla stoffa delle poltrone, sullo schermo della tv, sulla carta del pacchetto di sigarette; un soffice fumo bianco innocuo, quasi rassicurante.
"Che diavolo è?", urlò. Cercò di raggiungere la cucina per controllare i fornelli, ma si scontrò col muro.
Poi dei colpi di tosse. Una voce roca che farfugliava qualcosa, una sagoma oscura, delle mani che cercavano di farsi strada attraverso il fumo. E il fumo che cominciava a diradarsi.
Di fronte ad Amintore, ora, un signore di mezz’età o forse più, o forse ancora uno di quei signori che sembrano essere di mezz’età da sempre.
I baffi orgogliosi, gli occhi piccoli e arruffati, i capelli corti, grigi e crespi, uno smoking e un papillon neri, un’eleganza mitteleuropea, d’altri tempi. Scarpe lucidissime.
Il signore continuava a tossire. E fumava. Il fumo bianco invece era svanito del tutto.
"Sono morto?" disse Amintore, quasi sottovoce, in ginocchio davanti al signore del fumo.
"Su, si alzi" rispose quest’ultimo, continuando a tossire e a fumare.
"Lei è vivo e vegeto" continuò "anche se è depresso come un deficiente"
"Ma… lei… io la conosco…" Amintore si stropicciò gli occhi.
"Lei è...somiglia... a...Paolo Conte!"
"Non somiglio. Sono. In persona"
"Ma è una specie di angelo? Fantasma? È morto? Non sapevo…"
"Figliolo, non c’è bisogno di morire per manifestarsi in questo modo. E comunque, anche se fossi morto, non verrei certamente a dirlo a lei"
"Mi scusi…" Amintore era confuso.
"Ma cosa ci fa qui?"
"Lei è depresso. Io sono qui in suo soccorso. Alfredo, lei non può continuare in questo modo…"
"Ehm… mi chiamo Amintore…"
"Oh si, certo, Amintore"
"Ma… non capisco…"
"Intanto mi accomodo. Posso? Si può fumare qui? Ha del whisky?"
"Oh si, si accomodi, io vado a prenderle qualcosa da bere…"
'Non può essere, ora torno in salotto, e non c’è più', ripeteva dentro di sé Amintore.
Invece Conte era ancora lì, seduto sulla sua poltrona, fissava il quadro appeso sopra il divano, aspirando avidamente il fumo dalla sua Marlboro rossa, il pacchetto gettato sul tavolino.
"Prego" disse Amintore porgendo il bicchiere con due dita di Glen Grant al pianista.
"Dunque" esordì quest’ultimo "cosa ci fa qui in Francia?"
"Pensavo sapesse già…"
"No, mi dica, si spieghi. Cosa l’ha portata qui?"
"Io… il lavoro. Un po’ come lei" disse candidamente Amintore, sorridendo.
Un ceffone lo colpì in pieno volto. "Si segga e mi dica la verità. Per me la Francia non è stata un esilio. È stata una possibilità. Un ampliamento"
"Va bene va bene", si affrettò debolmente Amintore.
"Sono qui perché in Italia non ce la facevo più. Non avevo spazio. Gli amici anche mi erano ostili, la mia donna era fuggita col mio migliore amico, i miei genitori avevano perso ogni speranza. È… questo vero?"
"Bravo. E così ti sei nascosto qui… la patria dell’Illuminismo e degli artisti colti, illuminati, del vino buono e delle donne bionde, dell’oppio e della rivoluzione" replicò Conte. Poi scoppiò a ridere.
"Perchè è venuto da me?" chiese poco convinto Amintore.
"Non lo so. Sono qui e basta. Lei invece dovrebbe andar via di qui. È incredibile come voi giovani siate bravi nel cercare il peggio per voi stessi. Tu non sei francese. Tu non hai nulla di questa terra. Quello che vorresti fare è occuparti del tuo paese, attraverso te stesso, e fuggi perchè non ti lasciano vivere. E sai che non è così"
Amintore abbassò lo sguardo. Improvvisamente si sentì messo a nudo. Poi guardò l'anziano pianista, e gli chiese:"Per lei cos'è fare quello che si vuole?"
"Ah ah ah", Conte rise, si accese una sigaretta. Guardò ancora il quadro sopra il divano. "Poi ti circondi di quella robaccia... Di chi è quel dipinto?"
"Non so. L'ho trovato qui, quando mi sono trasferito"
"Quindi non è di nessun tuo amico, non saresti obbligato a tenerlo, eppure conservi quell'orribile rappresentazione di mele e arance perchè possa aumentare ancora la tua angoscia!". Rise ancora, buttò giù l'ultimo sorso di whiskey. Poi continuò: "Tu fai delle domande stupide, ma semplici, quindi accettabili. Dunque tu vuoi sapere chi sei, chiedendo a me cosa ho fatto della mia vita"
Si fermò per qualche istante. Tossì sottovoce, poi ancora:"Io ho fatto ciò che ho voluto? Se debbo guardare alla totalità degli eventi, ti direi di no. Quanti compromessi. Sono anche un avvocato, ricordalo. Ma se devo guardare fuori da me, a ciò che mi circonda, al mondo che ho intorno, beh, ho fatto più di quello che avrei mai immaginato. Ho creato un mondo. Più o meno mio. In cui ho ritrovato il mondo che amavo. Che è quello da cui tu pensi di esser fuggito"
Conte guardò la faccia di Amintore. Rise.
"Ormai ti do del tu. Ma tu non azzardarti con me. Non bevi?"
Amintore fece di no con la mano. Conte riattaccò.
"Qui in Francia sono molto amato, è vero. Io stesso ho vissuto di atmosfere molto francesi. Ed ho tratto ispirazione da musiche di tutto il mondo. Ed ho suonato jazz, sognato l'America. Ma, alla fine del gioco, di cosa ho raccontato?", si attendeva una risposta. Che non arrivò.
"Oh, io..." Amintore era come un fanciullo che aspetta che il nonno continui a raccontare la storia di quando era giovane e in guerra e...
"Santissimo ragazzo, ho narrato di me e di te! Del nostro paese! Dei tuoi genitori! Della mia epoca! Ero troppo innamorato della mia epoca, e solo della mia potevo esserlo, per non parlarne! Di tutto ciò che vedevo e vivevo! Non avevo nemmeno idea di andare a vivere da qualche altra parte del mondo solo perchè le cose non andavano nel mio paese!"
"Senta, senta... Io la ammiro molto. Anche per l'entrata in scena che ha fatto. Ma credo che la situazione sia diversa... È un fatto di sensibilità... io so che qui si apprezza di più..."
"L'arte?" lo interruppe Conte "l'intelligenza? E tu sei abbastanza intelligente da entrare nel cuore della gente? Da dipingere qualcosa di così universale che persino i francesi possano alzarsi in piedi alla fine del tuo spettacolo, stropicciarsi gli occhi, osannarti per dieci minuti, battendo le mani e urlando a squarciagola 'Bravò, Bravò'? Tu sei già così in gamba?"
Amintore sorrise. Si sentiva il cuore a mille, ma era anche stranamente nervoso, come se Paolo Conte lo avesse colpito, affondato, irriso, distrutto.
"Figliolo mio, io per dieci anni non ho composto nulla di nuovo. Non avevo nulla da dire. Mi sono messo a fare l'artigiano, a riarrangiare vecchi pezzi. Non potevo fare altro. Io ho cominciato a cantare perché qualcuno mi ha quasi obbligato a farlo, perché pensavo che la mia voce potesse solo indurre il mal di testa. E tu cosa pensi di te? Di ciò che fai?"
"Lei... lei mi intimidisce se dice così..." ammise Amintore.
"Bene. Se sei ancora capace di farti intimidire, forse fai ancora in tempo. Ti piace davvero questo posto?"
"Beh, piove spesso. E le donne... a volte sì sono scontrose..."
"O forse han voglia di far la pipì..." aggiunse Conte; poi risero.
"No davvero" continuò Amintore "non so quanto sia speciale questo posto. Però so che ce la farò"
"Su, io ho detto dei francesi che si incazzano, che le balle ancora gli girano. Io ho parlato degli italiani che sudano, che non ce la fanno... Però i francesi si incazzano, perché alla fine vinciamo noi. E tu che fai? Dopo aver avuto paura di due o tre amici che ti hanno detto che non vali nulla, fuggi qui a farti sbeffeggiare dai francesi? Via..."
"Senta ma lei in Italia come ci sta? Davvero dico, io non ce la facevo più. E non ne faccio un problema politico, i miei amici sì se ne sono andati per quello, io proprio non sopportavo l'aria..."
"Figuriamoci il problema politico... È una vita che c'è un problema politico in Italia. Un problema culturale? Allora tu, figliolo mio, non hai memoria. Io in Italia ci sto e basta. Ti ho già spiegato. Se vado via da un posto che amo, non è perché quel posto non mi piace più, ma perché voglio vedere se altri luoghi possono piacermi, incantarmi, allo stesso modo. È la curiosità che deve spingerti, non il desiderio di rivalsa"
Amintore si fece pensieroso. Buttò giù un bicchiere. Fumò. Conte aspettò in silenzio.
Dopo due ore, Amintore si rese conto di aver dormito profondamente. Si raddrizzò sulla poltrona, si stropicciò gli occhi. Pensò d'aver sognato, perchè la stanza era vuota, di Paolo Conte nessuna traccia. E un po' se ne dispiacque: quella presenza gli aveva portato calore, erano anni che non parlava la sua lingua per tanto tempo, e sentiva che sarebbe bastata un' altra parola di quel signore a convincerlo. A tornare.
Era buio. Si mise a guardare dalla finestra. Il tram, qualche marocchino che dibatteva animosamente per strada, qualche operaio che tornava dal lavoro, una macchina della polizia parcheggiata sul lato opposto della strada. Si sentiva fuori posto.
Squillò il telefono. Andò lentamente verso l'apparecchio.
"Pronto?"
"Il signor Farfuglia?"
"Sì, chi parla?"
S'insospettì per l'italiano parlato dal suo interlocutore.
"Sono De Vitis, chiamo dall'Italia, dal comune di Carlì. Siamo riusciti a rintracciarla finalmente... Ha mai sentito parlare del premio 'Comune di Carlì per l'arte e l'espressione?'"
Amintore sorrise. Certo che lo conosceva: si trattava di un concorso per artisti in via d'estinzione, così li chiamava lui, quelli troppo scarsi o troppo vecchi per aver fortuna a livello nazionale, e che ripiegano su concorsi tipo quello di Carlì, un piccolo paese vicino al suo, tenuti in vita dall'aiutino dell'onorevole o del sottosegretario.
"Sì" disse Amintore "ne ho sentito parlare... Mi dica"
"Ecco, noi... ci rendiamo conto della distanza ma... saremmo onorati se potesse venirci a trovare durante la serata conclusiva del festival di Carlì, vorremo consegnarle un premio come miglior disegnat... vignettista emergente..."
"Emergente? Ma io sono anni che... Oh, lasci perdere. Quando si tratterebbe?"
"Guardi, si dovrebbe trattare di fine luglio, c'è tempo, le faremo sapere con più precisione..."
"Va bene, va bene, la ringrazio tanto. Sono lusingato. Aspetto vostre notizie, le lascio la mia email: potrei non esser più reperibile a questo numero"
Poi aggiunse:"Solo una cosa... Chi vi ha inviato il mio materiale, le mie vignette?"
"Scusi? Non le ha inviate lei?"
"Oh si, si, certo, devo aver fatto confusione... Aspetto vostre notizie, allora. Grazie ancora"
Riattaccò. Tornò alla finestra, sorrise ancora, stavolta fumando, lo sguardo fisso verso Parigi.
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