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Autore: Alfredo

Peter Hammill, metamorfosi del canto
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Abstract: Peter Hammill. Gli angeli e i diavoli che lottano nel nostro animo

Riferimento: Peter Hammil


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The killer lives inside me: I can feel him move.





The angels live inside me: I can feel them smile....





(Van der Graaf Generator, Man-Erg)







Conobbi Peter Hammill e i Van der Graaf Generator grazie alla melodia angosciosa di Lemmings. Era un pomeriggio dei primi anni settanta. Il suono fuoriusciva dalla vecchia Voxson di mio padre e le onde medie, purtroppo, non contribuivano a farmi capire bene il senso di quella musica che nulla concedeva. La voce si intrecciava al soffio del sax di David Jackson, come fossero oggetti indistinti e fusi l’un l’altro. Un fiume disperato. Canto e lamento del sax si rincorrevano e si raggiungevano per lasciarsi immediatamente, e poi tornare a ritrovarsi per abbandonarsi ancora. Una danza infinita. Dominava un’atmosfera cupa, dove le forze della natura e l’arte si combinavano in modo avvincente: il vento con il sax di Jackson, il battito del mare sulla scogliera con i colpi di Evans, i sibili, i tuoni e i lamenti con la tastiera “trattata” di Hugh Banton. E poi c’era la voce di Hammill a completare il quadro, a trasformare di colpo un possibile canto in lamento angoscioso. Il lamento stridulo, dico, quello roco, disperato, urlato, che pian piano emerge dal canto angelico e, dopo aver sconvolto il nostro animo, torna a gettarvisi senza pudore, come un fiume carsico.





Non credo di esagerare se dico che Peter Hammill è composto soprattutto della sua voce. Piena, sonora, potente in taluni casi. Melliflua, sottile, quasi romantica in altri. Una vasta gamma di registri interpretativi, una raggiera di sentimenti e di emozioni, che vanno dalla cupa angoscia al canto tenue e delicato, appena sostenuto dall’arpeggio di chitarra acustica, appena staccato da terra e già pronto ad infrangersi al suolo. Penso a Killer o a Darkness, che già nei titoli indicano quale massa di orrore e di oscura inquietudine possano albergare in un brano musicale o, più in generale, nell’animo umano, oppure al lamento disperato di Lemmings. Ma penso pure ad Afterwards, a Rufugees, dove il canto non dilegua affatto e non fugge, anzi resiste alle tentazioni più angosciose e rimane in bilico dinanzi all’abisso spalancato sull’esistenza. Canto sospeso, direbbe Luigi Nono. Uno sguardo proiettato sul fondo, ma tenacemente avvinto alla terra, un volto balaustrato di brezza, teso e rigido ma fermo e sgomento dinanzi al vuoto profondo della vita improvvisamente manifesto.





Un solo canto ma molti registri sonori, molte sfumature, diverse coloriture. Si tratta di un Hammill diverso per ognuno di questi registri? Oppure è sempre lo stesso artista, ma scomposto, diviso, e in grado di cantare emozioni difformi con voci diverse, per di più scisse e in lotta tra loro, in una forma che làncina non solo la mente ma anche il corpo? Quanti Hammill si nascondono, allora, dietro quelle figure sonore, quanti individui vi si annidano, quanta percentuale di lamento e quanta di canto vi alberga? Quanti “io” vi risiedono, quanti “non-io”? O forse, questa dialettica e questa lotta sono soltanto una metamorfosi continua, un passaggio eterno, un infinito mutamento di timbro e di forma? Ci penso un attimo, mi sembra difficile capire, ma credo che la verità sia proprio questa. La mente è indotta a transitare senza posa da una figura all’altra, da una forma a quella ulteriore, da un oggetto al successivo con un ritmo serrato, che Hammill tuttavia sa governare. Il cuore batte al ritmo di canto e lamento che si rincorrono. Gioia e angoscia si tramutano l’un l’altra senza fine, e in alcuni istanti periodici, per un fuggevolissimo attimo, puntiforme ma reale, sono realmente la stessa cosa. Il timbro sonoro fa da supporto al sentimento e rappresenta quei battiti senza dimenticarne alcuno. A ogni registro vocale corrisponde un pezzo diverso dell’animo e ogni lamento disperato illumina una sola parte di te, lasciando il resto nella più tenace oscurità. E tu sei un insieme di frammenti, pezzi che si affollano, macerie ammucchiate, individui diversi che nemmeno dialogano, voci inascoltate ma terribilmente reali, urla di lemmings confuse, grida angosciose sommerse e portate dal vento, schegge che vagano e che trovano nel tuo animo una sede soltanto provvisoria, e lì mulinano insensate, per lasciarti sorpreso, sbalzato qua e là come un oggetto inerte, un pezzo di natura senza più radici, voce tra voci, cosa tra cose.





Hammill si scinde, frantuma la propria anima, avvia una metamorfosi infinita. A ogni sollecitazione sonora l’ascoltatore va alla ricerca della parte di sé che vi corrisponde. Si accorge, finalmente, che anche il proprio animo non è più integro e scopre se stesso diviso. Si guarda allo specchio hammilliano e si vede maledettamente in frantumi. Pensa che sia lo specchio a essere tale, non sa che è il suo “io” a essere davvero minacciato, che è lui stesso in pezzi, che quel canto-lamento l’ha infine frantumato, o meglio l’ha fatto scoprire in frantumi e diviso: “io” e “non-io” nello stesso tempo. Il canto molteplice crea un molteplice. I frantumi altri frantumi. Lamento che non lascia indiviso il cuore di chi ascolta. Anima in pezzi. Metamorfosi continua.





Voce strumento, si dice in questi casi. Come fu per il grande Demetrio Stratos. Anche nel caso di Hammill, alla sonorità della voce, al suo significante, si intrecciano testi, interpretazioni e significati di grande potenza e intensità. Una ricerca sonora che non toglie spazio alla parola. Qui materia e forma lottano tra loro, sentimenti e logos tentano una reciproca e impossibile traduzione. Percepisci la profondità sonora, la significanza, di quel registro vocale e, insieme, i contenuti e le emozioni espresse da parole che tentano in tutti i modi di farsi canto, di librarsi e di raggiungere più alte vette poetiche, sganciandosi il più possibile dal suolo. Sei parte di questa lotta, la vedi svolgere in te. Ma non fai alcun passo indietro, non recedi, e Hammill ti spinge verso la scogliera come i roditori di Lemmings, avvolti dal paterno vento di mare che sale dal fondo e già li solleva prima del precipitare. Disperazione che trova una voce nella natura e poi transita negli strumenti musicali. Natura-arte. Vento sonoro. Timbri.





Proprio ieri riascoltavo Man-Erg. La voce è voce d’angelo. Il piano, sotto, accompagna un canto disteso, lirico, che trasmette un senso di elevatezza e di ascesa. Un organo quasi ecclesiale sembra sancire questo canto univoco, disteso verso la piena serenità. Eppure, il camaleonte è sempre lì, pronto a trasfigurarsi, a nascondere il suo “io”, se ce ne fosse. Pronto alla metamorfosi continua, al divenire che non è mai stasi, all’istante che rompe ogni istante. Angelo e diavolo assieme, in lotta tra loro, ma anche pronti alla reciproca trasfigurazione. I'm just a man, and killers, angels, all are these: dictators, saviours, refugees in war and peace as long as man lives.... (Man-Erg) Anima che ospita assassini e angeli, il male e il bene in un confuso intreccio. Anima in lotta eterna, esistenza che non dà respiro.







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