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Autore: Papèria
Io, tu e le foto
Abstract: - Perché ha deciso di fare questo mestiere?
- Per evitare di andare in analisi.
(intervista all'attrice Emmanuelle Devos)
Riferimento: The Platters, Smoke gets in your eyes
Non sono mai stata capace di farmi le sigarette da sola. Alla fine preferisco comprarmi un pacchetto bello e pronto, oppure mendicarne qualcuna in giro vantandomi di essere una fumatrice atipica. Il vizio è una virtù che non mi appartiene, ma i rituali sì. O la routine, che alla fine è la stessa cosa. Vedo dita sottili riempirsi nel solito movimento di piegatura della cartina, il tabacco allettarsi naturalmente nel solco e la lingua suggellare il prodotto con rapida maestria. Osservo passivamente senza incamerare nulla fuorché il filtro tra le mie labbra, accendo con noncuranza e mi inebrio stancamente del primo tiro. La mia vita sta per subire una svolta volontaria, e tutto quello che ho davanti sono quattro pezzetti di insalata nera d’olio che galleggiano nel piatto insieme a due strisce di mollica. Una giornata dura alle spalle, una bici rossa sempre zeppa di buste, vestiti che viaggiano da una casa all’altra. Tre paia di ciabatte. Tre spazzolini.
Tutte le sere, il tabacco fa turbinare nella mia mente gli elementi che mi contraddistinguono, gli oggetti materiali, le canzoni, le parole che ripeto più spesso e quelle con cui mi piace giocare. Ad esempio ora mi è venuto in mente che se vuoi fuggire dalla routine devi prendere una Routard, ma non necessariamente il rapporto di causa-effetto si deve porre in questi termini. In effetti potrebbe essere un ottimo slogan pubblicitario per la guida suddetta, ma resterà il mio stupido divertissement della serata. Penso a tutte le mie possibilità, al viaggio che sto per intraprendere, a quello che ho fatto la scorsa estate e a quanto mi è piaciuto. Credo sia stato perché era Agosto e perché la Grecia è tutta bianca, e candida e pura, come me con lo zaino 60lt e Bacharach nell’iPod. Partire a carnevale per Parigi, invece, mi riempie d’angoscia di pari passo con il riempirsi dei miei polmoni. Sarà il freddo, l’infinità del metrò e la sensazione di fumare una sigaretta che non finisce mai, il veleno che grigio si propaga nel corpo e grigio si confonde coi tetti parigini, ma la loro vicinanza diventa l’inquietudine di non riuscire a comprenderli, ad appartenervi. Il loro fascino si confonde ai coriandoli e alle due o tre vite diverse che vi ho già vissuto, al fianco di. Penso a Paris che detto in francese evoca luci artificiali, belle epoque e magliette a righe, mentre Parigi detta in italiano già si staglia all’orizzonte con le sue lugubri gamme di grigi.
- A che pensi?
- A niente, mi si è incantato lo sguardo.
- Ho capito.
- Lascia stare, li faccio io i piatti.
- Sì, li sto solo preparando.
- Per cosa? Per essere lavati?
- Mmm.
La routine è così morbida, rassicurante. Ti coglie di sorpresa con la sua bambagia, il suo ventre di vacca. Ti fa scendere per un istante dalla corda sulla quale sei in bilico e ti culla dolce nella sua rete, perfetta nella sua definitezza, che era quello che ti mancava. In fondo non mi va più di partire, sono felice qui, in questi istanti e con questi istinti, seppur stantii e finanche stinti.
- Senti questa: “in certi istanti ho degli istinti stantii e stinti”.
- Scema. Ma quando la finirai di dire fesserie?
- Uffa. Do aria alla mente.
- Faresti ridere solo “degli astanti estinti”.
- Ah ah. Bella questa. Vedi che quando ti impegni dici cose intelligenti? Ma perché non ci pagano, dico io, per inventare scemenze di tal fatta? Me lo chiedo tutti i giorni.
- Eh lo so. Uh se lo so.
Non faccio che compiacermi di quanto siano sorprendenti i rapporti umani. E’ stato difficile darsi al mondo, scendere dalla mia torre d’avorio. Tenere a bada anni di educazione cattolica, preconcetti, paure, istinti sessuali repressi. Anni di saggezza, sindrome da prima della classe, responsabilità a tutti i costi, bambole in ordine, macchine da scrivere elettroniche, famiglia, madre figlia e spiriti santi e così sia. Poco rosa e tante righe e quadretti, poca immagine tanto cervello solo cervello niente più che quello. Niente principesse a carnevale, ma un vestito da Liza Minnelli in Cabaret, indossato con nochalance e febbre a 40. Niente bikini, solo virtuoso costume intero copri-pancia. Mai carina, tutt’al più simpatica. Quella saggia e giudiziosa, sulla quale si può sempre contare per il regalo, per organizzare la festa, per badare a che tutto vada per il meglio. Quella che dirige i lavori. Quella che ha visto sicuramente il film di cui stai parlando e si ricorda di certo come si chiama l’attore protagonista. Quella che al gioco della bottiglia non sceglie mai bacio, al massimo carezza. Quella a cui non piace nessuno, sono tutti troppo stupidi e poi ho il corso di teatro. Quella cresciuta col mito di Josephine March anziché della Sirenetta, di Simone de Beauvoir anziché Isabella Santacroce.
(- Je dois ranger l’appartement. – Deranger? – Non, j’ai dit ranger. C’est le contraire de deranger. – Ah oui, c’est vrai. J’ai lu un roman qui s’appelle Memoire d’une jeune fille rangée. – Ça c’est exactement ce que tu es. – Quoi? – Une jeune fille rangée. – Mais ça ce n’est pas vrai. – Pourquoi pas? – Parce que d’abord je ne suis pas une jeune fille.)
Gli anni del mio bildungsroman hanno poco a che vedere con gli anni dell’adolescenza anagrafica, eppure hanno molto in comune con Gli anni di Max Pezzali.
(…)
Ho visto troppe volte Amelie Poulain, Parigi e le fototessere. Tessere foto, e poi disfarle, come Penelope. Tessere di un puzzle adatto a un frigorifero. Su quello di casa mia di solito ci sono titoli di giornale come Ragazze sistematevi, e non a quarant’anni, vari oroscopi di Breszny, magneti di ferro battuto, frasi ad effetto ma in generale moniti esistenziali. Nessuna foto, almeno fino a prima che partissi. Sul frigo di mia mamma solo due tre magneti, per lo più souvenir dalla Sicilia. Su quello che c’è qui in casa, adesivi sportivi di varie regioni della Francia. Si può dire che sia lo specchio degli abitanti, il frigo.
Il frigo che ho sotto gli occhi, mentre il suddetto grigiore del fumo mi dà alla testa, è pieno zeppo di adesivi magneti moniti portapenne cartoline poster di band la rivoluzione non russa – Ti starò sempre accanto. – E’ una minaccia? I only brake for Morrissey etc. E foto. Tessere e non.
Tutti i miei documenti di partenza e di arrivo, borsa di studio, carte étudiant, pass Navigo del metrò, recano in calce la medesima fototessera. Una che ho fatto in fretta e furia coi capelli scarmigliati prima di andare al lavoro, con addosso borsa maglia sciarpa boh non lo so più, alla stazione Termini di mattina in una giornata di medio sole. Veronica ne ha ritagliata una per tenerla nel portafoglio, perché dice che sono tenera e che tiene le foto di tutte le persone importanti per lei. Mi ricordo che per anni la mia fototessera preferita è stata proprio una che avevo fatto a Parigi, in cui avevo un cappello di lana nero e pochissime occhiaie. Raccomando a tutti quelli che vengono di portarsi delle fototessere da casa per il pass del metrò, come se qui non ci fossero dozzine di macchinette che fanno foto istantanee, come se non avessi mai visto Amelie Poulain.
(- C’est vraiment romantique, hein? J’aime beaucoup ces photos en noir&blanc: ça c’est la documentation de notre prémier vrai baiser. – Oui, tu as raison, c’est très sympa. – Donc, voilà mademoiselle, pour toi. – Non, garde-les, s’il te plait.)
Le foto sul suo frigo sono: evoluzione della sua faccia in varie fototessere, ritratto di amici divertiti a un matrimonio, una polaroid che ritrae una ragazza nella stessa cucina ormai completamente invasa dal mio grigiore interiore. La riconosco perché l’ho già vista in fototessera, aprendo per sbaglio un cassetto del salone. E anche perché ho la vaga sensazione di invadere i suoi spazi, e di non farmi mai abbastanza domande a riguardo. Sarà perché non ci bado mai tanto, alle foto. Sarà perché è un po’ la mia tara esistenziale: non so venire bene in foto, non mi impegno abbastanza evidentemente, oppure semplicemente nell’era dell’immagine a tutti i costi, della moda delle pose fotografiche, il mio corpo si ribella alla superficialità e si fa portavoce del mio spirito critico. Leggasi: non sono fotogenica, e ormai ci ho fatto pace. Perciò snobbo le foto, il frigo, il cassetto, e tutto il resto. E smetto di farmi domande, e soprattutto di farne a lui, perché tanto devo partire.
La mia ricerca della poesia, anni fa, partiva proprio dal presupposto di trovare qualcuno che sapesse farmi delle foto in cui venivo bene, perché fatte con gli occhi dell’amore. Da allora, ho visto passare sotto il naso e sul mio conto in banca degli apparecchi fotografici notevoli, degli obiettivi importanti, dei tentativi interessanti. Addirittura ho finalmente anch’io una macchina come si deve. Ma le foto in cui continuo a piacermi di più, devo dire, sono quelle che mi sono scattata da sola con una compatta l’estate scorsa. Talvolta col cellulare, quando si scaricava la batteria. Ma insomma già non è poco riuscire a guardare se stessi con gli occhi dell’amore. E mi accontento. Almeno sono sicura della mia unicità, della mia personalità.
Il fumo è ormai salito negli occhi, e non vedo più niente. In un’altra giornata di medio sole, passeggio per la stazione Termini, di pomeriggio, uscita dal lavoro. Entro in un negozio dove fanno i saldi, scelgo un cappotto, passo nella zona camerini. La coda dell’occhio percepisce una figura davanti allo specchio che mi somiglia: colore e taglio dei capelli, la statura, il vestito che sta provando. Non posso fare a meno di notarla, con la rapidità estrema che solo il pensiero sa avere nel raccogliere informazioni e condensarle in un nanosecondo, e di pensare che era carino il vestito, e lei. Che eravamo simili e questo me la rendeva simpatica. Il nanosecondo si distende in un attimo lunghissimo, quando mi accorgo di averla già vista, anzi di vederla tutti i giorni, su una polaroid su un frigorifero mentre il fumo ha già coperto gli spazi di lei che invado. Vado.
Ho avuto una brevissima crisi di identità, il tempo di un’ora poi basta. Era troppa fatica chiedere, chiedersi. Riprendere in mano tutte le foto, le fototessere, le polaroid, i bianchi e i neri a venire, i seppia, gli sfumati nella luce, e comporre il puzzle. Tanto dovevo partire. Tanto ora sono qui, con l’ultima fototessera, che non farà parte della serie evolutiva della sua faccia sul frigo.
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