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L'Editoriale
Rivista 43
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La musica che parla di te mentre il circostante ti nega…
Ci eravamo fermati qui ad Aprile dell’anno scorso. Nel frattempo, per quanto mi riguarda, non ho fatto altro che confrontarmi con la “crisi” dell’industria discografica che tutto è meno che la crisi della Musica!
E’ cominciato tutto nella seconda meta degli anni ’60. I Beatles e poi la grande rivoluzione della cultura rock . Ben presto, col bene placido di tutti, più o meno consapevole, tutta la forza di quelle idee, l’energia di quegli ideali e di quella genuina e dirompente ingenuità, è stata confezionata in un attraente prodotto e venduta sul mercato. Anzi , per lei si è creato un apposito mercato, sul quale l’industri è cresciuta fino a creare quei dragoni delle Major, le multinazionali del disco che tutti conosciamo: Emi, Warner, Universal, Sony per citare quelle che dopo fusioni su fusioni sono ancora in piedi anche se con 1/3 del personale di prima e con 1/5 del fatturato dal 2000 ad oggi.
E vai! Per molti è stata una vittoria! Sentimentalmente per tutti gli amanti della musica che quasi naturalmente si riconoscono in un sistema libero di fruizione. Anche per gli artisti , credo le cose si metteranno meglio: v’è come una energia che si sta liberando dal basso e le possibilità di farsi ascoltare in mano alle nuove generazioni non sembra più sottomessa alle disponibilità di capitale liberato o meno dai potentati che controllavano un tempo il mercato!
Negli anni ’70, in Italia, quando i cantautori un po’ inventavano e un po’ importavano un nuovo modo di fare musica dalle Alpi allo Ionio, c’era chi come Edoardo Bennato ci aveva costruito sopra un bellissimo concept album sulla questione del rapporto artista/ discografico basato sulla falsariga delle avventure di Pinocchio, la cui punta – pungente- era la celeberrima “Il gatto e la Volpe” : Quanta fretta /Ma dove corri/ Dove vai… Di noi ti puoi fidare!/. Eh sì che andava bene così, che negli anni ’80 chiunque prendesse in mano la prima chitarrina Eko da 18.000 Lire ( 9 euro di oggi) cominciava a cercare il modo di bruciare le tappe per arrivare il più di corsa possibile al successo, alle Hit parade, alle vendite di decine di migliaia di copie di Lp prima , di Cd dopo. Il mito , in Italia era, ma un po’ lo è anche oggi, San Remo. Nessuno ha idea per che a costui l’abbiano fatto santo, tanto meno che miracoli abbia fatto, però negli anni ottanta/novanta ( e forse anche oggi… ma c’è anche dell’altro in giro, molto altro) erano in tanti gli artisti, per non dire quasi tutti, che gli accendeva un cero mentre si facevano sballottare, illudere, palpare e spolpare dalle schiere incredibilmente numerose e sparse fin le più remote province de “il gatto e la volpe” che per sbalorditivo sentito dire, ognuno di loro, per le più traverse vie, conosceva il direttore artistico di quella o di quell’altra multinazionale, o perlomeno, di sicuro, conosceva un autista che a sua volta conosceva un assessore che a sua volta conosceva un saxofonista che a sua volta… ogni volta era fatta. C’era solo da fare il pezzo con il ritornello “da sanremo” , quello “ cantabile” e poi, va bene formalità, c’era da firmarlo e da depositarlo in S.I.A.E. ( Società Italiana degli Autori e degli Editori) per la protezione e la riscossione dei diritti d’autore. Casi estremi, ma numerosi e veri: canzoni il cui testo ( sulla musica è meglio stendere il solito velo pietoso) è composto da 10/15 parole firmato fin da 6 autori (praticamente un paio di parole a testa composte) e sì, perché la musica era il business facile per i gatti e le volpi e per l’artista era il ritorno al paesello con la banda che intona il ritornello della canzone portata al successo e il sindaco col tricolore di traverso che ti attende con le chiavi della città!
Liberati dal sistema, oggi ci sono innumerevoli realtà musicali, intendo fermenti di idee, singoli e gruppi che si muovono per rifondati ( o fondati perché mai prima) club e che comunicano loro stessi e la loro musica per le vie digitali, generando una ricchezza incommensurabile di buoni motivi per amare la musica!
Mai che in tanti anni avessi sentito scorrere un’emozione lungo i corridoi delle case discografiche , le Major, mai, solo vende, non vende, funziona , non funziona… ma scusa se ascoltassimo un minutino di più… macchè, tutto chiaro in poche note. Allora chi non sfondava in breve viveva d’invidie e di frustrazioni ( mi permetto di generalizzare per dare colore), era triste, deriso, considerato dalla comunità che conosceva i suoi sogni, un illuso poverino, se simpatico , o un presuntuoso se poco poco era uno che aveva carattere. Per costoro la kermesse sanremese era una dura tortura, dove rabbia e rancore colpivano con scudisci uncinati. Oggi il successo rimane importante, ma non è la condizione per continuare o, più semplicemente per avere un minimo spazio vitale. Oggi gli spazzi esistono per chiunque abbia cose almeno un po’ significative da dire e, attraverso la Rete, è possibile attivare un dialogo vitale con un proprio pubblico ( dove nicchia , oggi, è diventato non più sinonimo di “sfigato”, ma si è fatto cool, figo, ok – anzi dove è vero il controntrario… se lo ascoltano tutti.. allora, non vale), un proprio circuito da mantenere attivo attraverso una comunicazione che non è a senso unico ma è un vero è proprio scambio interconnesso.
In questo sconvolgimento è cambiato anche il pubblico ( qui parlo di una tendenza sempre più progressiva e veloce nell’affermarsi). Non ha più bisogno di una moltitudine, di un movimento per indicizzare i suoi gusti. Il rapporto con l’arte della musica e con gli artisti si è fatto più intimo, più profondo anche se meno identificativo. L’impulso è “mi nutro di ciò che mi serve”, di quello che si sintonizza col mio sentire di ora. In tutto questo c’è già il retaggio della nova comunicazione digitale che , veloce per sua natura, non ha bisogno di lustri per stratificarsi e ingenerare stili emotivi, lo fa, praticamente in tempo reale!
Ecco, allora …”La musica che parla di te mentre il circostante ti nega”… il nostro ultimo Filodiretto che suggerisce l’idea di una musica capace di essere, non più il tutto, ma il particolare, in grado di connettersi con le nostre emozioni più individuali e, quindi, tra quelle che proviamo, le più vitali.
Buona ripartenza su writeup!!!