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Writeup n° 44
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“La cura”

La cura.

La cura è la soluzione di un presupposto, apparentemente scontato: la malattia.

Eppure, volgendo lo sguardo indietro di qualche decennio, vedo molte malattie e la non necessità di cure.

E' un'argomentazione che sfiora la maggior parte dei luoghi comuni, ma è un dato di fatto che nel passato la mancanza di tutto si traduceva quasi nell'avere tutto.

La povertà teneva unite le famiglie, esorcizzava gli abbandoni, creava istinti di sopravvivenza inimmaginabili. L'indigenza stimolava la fratellanza ed assumeva forme efficaci – oggi diremmo banali: rapporti di amicizia, di vicinato, di ascendenza e discendenza. Insomma, esisteva la comunità. Questo era ieri. Mentre oggi che l'uomo ha trovato molte cure, abbiamo bisogno di inventarci tutta una serie di malattie per assaporare un po' di panacea. Quasi si fosse scoperta un'atroce verità: che non esiste cura senza malattia. E allora beviamo, ci droghiamo, ci ossessioniamo, ci martirizziamo, ci aggrediamo, ci lesioniamo, creiamo ferite profonde e sfioriamo il paradosso: star male non sembra più il dato ontologico. Soffrire è diventato a sua volta un fine. Uno scopo per raggiungerne un altro: curarsi.

Così, oggi che in casa ci sarebbe spazio per tutti, le famiglie si dividono.

Oggi che le donne potrebbero essere libere, si rendono schiave di capricci o libidine.

Oggi che gli uomini potrebbero godere di donne fedeli per scelta, le umiliano con tradimenti o con violenze quotidiane.

Oggi che i giovani potrebbero fare a meno di traumi da fame e da guerra, si scontrano in false battaglie di spirito e si snobbano per futilità, ghettizzandosi e nutrendosi per fame chimica.

Non a caso Ismael si chiede: “Cos'ho da curare?”. E solleva un dubbio, proprio alla fine del suo scritto, proprio dopo aver parlato dei diversi tipi di cura, domandandosi se poi ne serva davvero una.

Ad ogni modo la mera esistenza di una cura non basta. Perchè produca effetto è necessario desiderarla - afferma S.U.B.S. Perchè forse nel paradosso ci sta anche questo: soffrire per poi non curarsi. Forse perchè stare bene a volte spaventa: non dà alibi, responsabilizza. O, ahimè, perchè si sta male davvero, forse troppo.

Lo sostiene anche Sara Graziani: la musica non cura tutte le malattie, dato che chi non ha se stesso, non ha musica che possa descriverlo. E allora è il riprendersi la propria umanità che ti guarisce.

Eppure che la musica sia una cura potrebbe essere solo un'utopia. Così scrive Alfredo, negando qualsiasi speranza consolatoria: se la musica ti riempie il cuore e ti scalda l'animo, lo fa senza volerlo. Lo colma per un attimo solo. Poi, col silenzio, quando anche l'ultima nota è andata, il vuoto riappare e, a contrasto col pieno sonoro, sembra persino più opprimente.

Se una cura musicale esiste, allora, che sia solo quella ispirata a Blackholesun dai Marta sui Tubi, ovvero di imparare a perdere tempo senza sprecare neanche un minuto. Forse è l'auspicio migliore. Naturalmente, lo rivolgo ad ogni writteupper.

Buona lettura a tutti!

 

Antonia Arrabito