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writeup.it n. 33 febbraio 2008
• writeup.it febbraio 2008
L'Editoriale#1
• Tutto al Rock
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La canzone è il frutto dell’incontro tra linguaggi verbali, musicali e interpretazione e come tale non è solo specchio dei suoi tempi, ma anche riflesso delle esperienze individuali di chi l’ascolta.
Il Rock, che per le generazioni di chi fu giovane tra gli anni 60 e 70, rappresentò un nuovo modo di porsi nei confronti del vivere sociale, introducendo nel dibattito politico la classe dei giovani, oggi, a distanza di decenni riesce ancora a rappresentare quello stimolo all’indipendenza e all’autodeterminazione presso le masse di teenager, perlomeno quelle capaci di astenersi dal gioco perverso all’omologazione conformante praticato dai media il cui unico obiettivo è compattare ascolti capaci di garantire i gettiti pubblicitari.
Di questo molto si deve alle tecnologie digitali. In un sistema collaudato nella trasmissione di musica commerciale, le possibilità di ricerca di repertori musicali diversi da quelli di massa, vengono oggi soddisfatte dalla ricerca attraverso i canali internet, i quali hanno sostituito le cerimonie di scoperta che distinsero le avanguardie di ascolto degli anni che hanno visto fiorire la musica Rock.
In questo senso, il Rock è ancora una controtendenza rispetto all’appiattimento del sistema. Credo sia proprio questo senso della ricerca della diversità e nella diversità che pone i presupposti per dire che il Rock serve a costruirsi, nel significato proprio di comporre ad una ad una le parti del sentire e del pensare e quindi alla possibilità di installare al nostro interno una visione del mondo individualizzata.
Sotto questo profilo credo che il Rock sia una cultura e come ogni cultura sappia gettare le basi di un modo di essere e di interpretare, i cui connotati principali sono, appunto, caratterizzati dalla ricerca delle particolarità.
Aggiungerei che si tratta di una scuola Romantica, nel senso letterario del termine, di una forma pensiero capace di contemplare e includere le esperienze fragili, negative, marginali e per questo affascinanti come solo il romanticismo sa rendere presentando i perdenti o i cattivi come il nucleo di una umanità vogliosa di vivere fuori dagli schemi ben integrati della società che, oggi, è quella dei consumi e dei profitti.
Cosa devo al Rock? Esattamente questo schema mentale che mi consente di ascoltare prima di giudicare, di ascoltare per capire, di prendere in esame esperienze, anche disastrose, capaci di raffigurare una umanità umana o “troppo umana” per dirla alla Nietzsche. In questo devo, senz’altro, tutto al Rock!
Leonardo Alessandroni
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