Sommario
writeup.it n.3
• writeup.it n.3 marzo 2005
L'Editoriale#1
• L'Editoriale
Gli Ospiti#2
• 1#Giulia Blasi
• 2#Violetta Bellocchio
• 3#Chiara Papaccio
• 4#Stefano Solventi
• 5#Barbara Tomasino
Scritto negli astri#3
• Groupies, Divine e Sfascia-Alberghi
Sottotrame#4
• Le Groupie
Archeocritica#5
• Intro
• The Cult of Ray
• PGR
I readuppers#6
• I readuppers
Lonlain#7
• Lonlain #2
Concorso Writeup.it #8
• 1° PREMIO LETTERARIO WRITEUP.IT
Gli scritti dei WriteUppers
Gli scritti di questo numero
La Rivista di questo mese
online il 15 di ogni mese: i migliori tra gli scritti inviati alla Community; una rivista a cui potete direttamente partecipare!
La mia musica
Stamattina hanno mandato la tour manager a svegliarmi alle dieci. Ero andata a dormire alle sette, e francamente le avrei tirato dietro due madonne, ma poi cominciano subito a darmi della diva che fa i capricci. A fare questa vita si finisce per capire quelle che pretendono i camerini ridipinti di bianco e due etti di smarties senza quelli marroni; e se un anno fa mi avessero detto che avrei
Dopo la session fotografica, durata da mezzogiorno alle due, mi invento una pausa e scappo in albergo. Voglio fare pratica con la chitarra. Così, senza chiedere a nessuno, perché se chiedo è sicuro che mi dicono di no. All’ultimo imbarco mi sono presentata con la chitarra acustica appesa a una spalla, e quando hanno cercato di farmela lasciare ho piantato un formidabile casino (senza rotolarmi per terra: me lo tengo per le emergenze), e alla fine ho ottenuto di portarla. Il manager non vuole che perda tempo ad esercitarmi alla chitarra, dice che lo potrò fare quando sarà finita la promozione del disco, perché tanto adesso non mi serve. Mica suono dal vivo. Per la verità, molte volte neanche canto. Io canterei, si capisce, ma ai produttori degli show viene più comodo metter su un disco e farmi muovere le labbra in sincrono, piuttosto che pagare un fonico perché verifichi i volumi, faccia il soundcheck, o anche solo procurarmi una backing band che non suoni come un branco di quadrupedi in amore. Playback, e via. Primo piano sulle mie labbra, rossetto Vinyl Revelation, nuance Baby Pink.
L’anno scorso, a quest’ora, con quella chitarra giravo i locali della mia regione. Non sono una bravissima chitarrista, ma i miei quattro accordi li so fare, quello che bastava per accompagnarmi.
Poi qualcuno ha detto che avevo una voce splendida, ma che il mio modo di suonare la chitarra ricorda molto una recita delle medie. Mi hanno detto, le tue canzoni sono carine, faccele arrangiare e produrre che ci facciamo un bel disco che ti renderà ricca e famosa.
“Cosa fai qua?”
“Volevo esercitarmi un pochino.”
“Non c’è tempo.”
“Ma ho fatto solo due barré. Un po’ di comprensione.”
“Bisogna andare, sbrigati.”
Andare dove.
Sono in ritardo per due interviste.
Mica una.
Due.
La settimana scorsa uno degli aerei che dovevo prendere è stato cancellato. Era mercoledì. Da quel momento preciso, la mia vita consiste in una serie infinita di ritardi: se sono qui dovrei essere già lì, quando arrivo lì devo già ripartire per andare là, i giornalisti telefonano al management imbufaliti perché io buco le interviste, arrivo all’ultima mezz’ora delle conferenze stampa, quando chiamano per le telefoniche non sono mai dove la tabella di marcia stabilisce che dovrei trovarmi, e tutto grazie all’effetto domino di un solo micragnoso aereo cancellato, che il diavolo si porti la Lufthansa e la British Airways o chi cazzo era che ci doveva far alzare da terra, neanche mi ricordo dove stessimo andando e perché. Tutti gli impegni sono irrinunciabili, improrogabili, imprescindibili, e io ci arrivo sempre più incazzata, con i capelli unti, e a volte il meglio che riesco a fare è fissare il vuoto, perché ormai non ho più parole, solo parolacce.
Insomma, dicono che il disco me lo producono loro, che riarrangiano le canzoni, che chiamano dei musicisti, io devo solo presentarmi e usare quelle corde vocali benedette dal Signoriddio e indossare questi vestiti forniti dal gentile sponsor su suggerimento del consulente d’immagine. Chi cazzo è il consulente d’immagine, dico io. Uno, non ti preoccupare, dicono loro. Ah, va bene, dico io, che da quando sono entrata nella pubertà mi vesto ai mercatini dell’usato. E improvvisamente mi trovo rivestita di Fornarina dalla testa ai piedi, fra i mugolii compiaciuti del mio staff. Il mio staff. Ho detto.
Un giornalista più curioso degli altri mi domanda, forse credendo di mettermi in ridicolo, che cosa penso di lasciare al mondo con la musica che sto facendo.
Il manager, in piedi in un angolo, mi scocca un’occhiata feroce.
Prendo un grande, rumoroso respiro.
Non ho sentito il disco finché non era già stato mixato. Ogni giorno chiamavo la casa discografica per essere aggiornata, avrei voluto sentire i master, i pezzi non prodotti, le tracce appena incise, e invece niente, mi tenevano in giro a filmare video, a fare foto, a “preparare il terreno”, dicevano.
Una mattina mi sono svegliata ed ero la nuova
“Per quando è programmata la svolta zoccolesca?” Ho avuto il fiato di domandare, prima che qualcuno premesse play e il mio disco cominciasse a diffondersi nella stanza. Prima che scoprissi cosa era successo alle mie canzoni, nate con i quattro accordi della mia chitarrina, tenere come pulcini, trasformate in arroganti pavoni da una produzione barocca, spropositata, accuratamente plastificata e lucida.
E mentre nella stanza si gridava al miracolo e al fenomeno, io ho cominciato a piangere e ho detto che era per la gioia.
Il sandali che ho ai piedi mi fanno un male boia.
Dico “la mia musica, ehm”.
Lo ripeto, la mia musica, ehm.
La mia musica.
Un paio.
Di palle.
Ho incontrato una musicista. Una che era famosa, una volta. Cantautrice, ma celebre soprattutto per essere comparsa in mutande e canottiera in uno dei suoi video.
Stavo in albergo a poca distanza da un locale dove lei suonava.
Lei fa solo posti piccoli, adesso.
Sembra felice.
Il suo disco probabilmente non uscirà mai, e quando uscirà sarà trattato malissimo perché tutti si aspettano il capolavoro e invece sarà un disco, dice lei, un bel disco, ma un disco. Che però suona troppo poco discoso e troppo come la musica di qualcuno che ha voluto provare a fare le cose in modo diverso. Dice lei. Ma non sembra tanto scontenta. Dice che alla fine non se la passa male. Suona, non deve apparire in video di cui non le frega niente, non deve difendersi dai giornalisti e soprattutto dalle giornaliste, niente più video in mutande su MTV (“Grande errore, non farlo: tieniti su i pantaloni” mi ha raccomandato).
Ecco, ho desiderato essere lei, l’ho desiderato tantissimo.
“La tua musica…?” Mi esorta il giornalista, con una punta di ironia.
Povera bambina rincretinita, sciacquetta bionda ossigenata in maglietta scollata e sandali con tacco undici, tu parla della tua musica come se fossi la nuova Joni Mitchell, e ci penserò io a far capire a tutti che sei solo un prodotto massificato, figlia della televisione,
“Vuoi che ti parli della mia musica?”
Il manager sta per intervenire.
Sorrido.
Il giornalista si sta innervosendo.
L’unica volta in cui ho detto in pubblico che l’album mi faceva cagare ero al telefono con la mia migliore amica. Lo avevo sentito da venti minuti ed ero disperata. Singhiozzavo dentro a un bar, sola, attaccata al cellulare. Al tavolo vicino al mio c’erano due giornalisti di una testata musicale. Settimanale. Quattro giorni dopo, il mio pianto era in tutte le edicole. Cazziata roboante del mio manager e degli executive della casa discografica. Apri bene quelle orecchie a paletta. Il tuo lavoro, adesso, è sorridere e dire a tutti che il tuo nuovo sound ti piace da impazzire. Se stai a cuccia e ce ne fai vendere tanti tanti, forse al terzo ti permetteremo di fare un pochino più a modo tuo, ma fino ad allora è solo colpa tua se hai firmato senza leggere le parti scritte in piccolo.
La mia musica, signore e signori, fa cagare. Lo ripeto, palese che io lo so. Che sono la prima a dirlo, la mia musica fa cagare. Così cagare che quando incontro i musicisti che ammiro abbasso gli occhi e mi ritiro in un angolo perché non mi vedano, perché non possano disprezzarmi.
Alzo la testa con uno scatto, e il manager è lì, dall’altra parte della stanza. E mi fissa.
Sono onoratissima di avere avuto l’opportunità di. Non avrei mai pensato che i miei sogni potessero. A volte sono stanca, ma mi ricordo quante altre ragazze vorrebbero. La produzione è esattamente quello che desideravo per. Sul palco do tutta me stessa perché il pubblico. Voglio solo scrivere belle canzoni che. Non importa se qualcuno pensa che sono superficiale ma. Grazie. No, davvero, grazie a te.
“Come sono andata?”
Il manager mi dà una pacchetta sulla spalla.
“Bravissima, come sempre. Adesso vai a prepararti, fra venti minuti dobbiamo essere in aeroporto.”
Giulia Blasi
ha scritto e scrive in un po' di posti, tipo periodici di varia natura, dai femminili ai musicali passando per i giovanili. Ha esordito nel 2001 con il tuttora semisconosciuto Deadsexy (Lint Editoriale), e nel 2004 ha pubblicato racconti nelle antologie Ragazze che dovresti conoscere e La notte dei blogger (Einaudi Stile Libero).
Le piace cucinare e apprezza le persone che puliscono il piatto e fanno il bis. Non vive quasi più a Trieste.
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