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Prima persona maschile

Sono una bellissima bambina. Soltanto a distanza di tempo sarò abbastanza uomo da ammetterlo.

Mia madre perde un bambino circa tre mesi prima di restare incinta. Non se n’è nemmeno accorta, dice. Cosa pensi mio padre non è dato saperlo. Sarò la prima figlia per entrambi. Nascerò da sola. Non ne arriveranno altri, ma non importa.

Avremmo potuto essere in due. Avremmo dovuto.

Sarà stato il consumo di film dell’orrore, il vero irresistibile sostituto della masturbazione per i nati degli anni Settanta? L’incidenza dei parti gemellari in famiglia – l’unica generazione rimasta senza è la mia? Il venire tirata su nella piena indifferenza sessuale, con i benefici dell’istruzione mista, rotolandomi per terra insieme al primo in una serie di amici maschi? Di fatto, arriverò a compiere ventisei anni senza aver mai ascoltato Joan Jett. Né Debbie Harry, Kat Bjelland, Marianne Faithfull. Fino a quel momento non avrò una voce.

Sono una bambina silenziosa, capace di intrattenersi da sé. Cresco con le voci dei libri e dei film. Voci di uomini. Le ragazze per definizione stanno in vetrina. Smorfiose indisponenti. Labbra sigillate. Piantano casini, cadono in trappola, non gli si può affidare niente. I maschi combattono, fanno buon viso a cattivo gioco. Le rare femmine decenti sono quelle che sopravvivono nei film dell’orrore. Autentiche piaghe, zero senso dell’umorismo, mani sopra la cintura, a letto presto e finire i compiti. Per sconfiggere il mostro devono farsi imprestare un soprannome dal fratello maggiore. Ma tra quello e la morte c’è poco da star lì a cincischiare. I ragazzi hanno vinto la lotteria del DNA. Ci si adegua.

Sono una piccola disadattata. Suona romantico. Non lo è. Joan Jett ha già inciso la sua versione di Crimson and Clover, ma non lo posso sapere. Odio il mio riflesso nel finestrino degli autobus. Voci di uomini che amano uomini: Visconti, Van Sant, Araki. Avremmo avuto la stessa bocca, io e mio fratello? Probabile. I maschi di casa hanno i fianchi stretti e i capelli folti, sono beatamente distaccati dal resto del mondo. Che sfumatura di superiorità prenderebbe il mio sguardo se fosse appiccicato alla faccia di qualcun altro? I miei sorrisi avrebbero la trasparenza e la pulizia delle cose preziose. A quindici anni vedo La moglie del soldato. Sui titoli di coda Lyle Lovett canta Stand By Your Man.

Sono una ragazza chiacchierina. Una che non sta al suo posto. I compagni di corso mi credono bisessuale, quando non lesbica senza passare dal via. In stagioni di brit-glam-pop ci si accapiglia su vecchie questioni. Identità fluida. Androginia. Rifiuto delle definizioni. Quante cazzate. Quanto bisogno avrei, io, di un’etichetta. Gli efebi col mascara mi fanno pena. Volete vedere qualcuno veramente a metà strada tra maschio e femmina? Cosa direste se mi infilassi un braccio in gola e mi rivoltassi come una maglietta? Ascolto Stephen Malkmus, Jonathan Donahue, David Berman. Joan Jett è una vaga reminiscenza di colonne sonore. I love rock’n’roll, so put it all the time in the jukebox baby.

Sono nata da sola, devo contare per due. Certo che però da maschio sarei stata uno schianto.

Giacca di leopardo, giacca di pelle, borsa di vinile, stivali al ginocchio, sottoveste verde, gonna da collegiale, brillanti da pochi soldi. Occhi truccati come la regina di Saba, due tagli neri orizzontali. In compagnia tengo le caviglie incrociate. Torno a casa da sola e cammino un fianco avanti uno indietro. Mio fratello ha lo sguardo limpido, gli occhi piazzati ai lati del viso. Si muove in una maniera fluida sconosciuta ai bambini veri. Un principe. Insieme ascoltiamo Brian Wilson, Wayne Coyne, Jonathan Richman, Adam Horovitz, Frank Black. Alla minima provocazione trillo “sono due volte l’uomo che sei tu”. Vinco una borsa di scrittura grazie a una storia raccontata in prima persona maschile. Hanno scoperto che sono femmina solo a conti fatti. Non si può essere più felici di così.

Far parlare le ragazze, invece, è un’impresa. Vengono fuori tutte uguali. Desi, Miriam, Claudia, Zoe. Carnagione scura e sopracciglia sottili. Ragazze con gli occhi stellanti, destinate al rogo. La quantità di film dell’orrore da smaltire si alza fino al cielo. Specie quelli in cui muoiono tutti. Il male vince, il bene perde. D’estate scelgo un partner per le spedizioni alla multisala. L’amico che più somiglia a mio fratello. Si veste perfino un po’ come lui, t-shirt a colori primari, camicie di lino. Ha una risata forte e una fidanzata in un’altra città. Mi fa sentire in parte, una brillante e giovane supereroina. Prima dei film guarda le pubblicità dei motel (un ambiente confortevole e riservato a mezz’ora dal centro di Milano) senza battere ciglio. Poi sviscera il portato simbolico della motosega in quanto arma impropria mentre i miei sandali si piantano nell’asfalto. Poi mio fratello canta You Are My Sunshine con la voce di Johnny Cash.

È un bel giorno per un matrimonio bianco.

Il protagonista di The Black Album – un pakistano cresciuto in Inghilterra – recupera uno straccio di identità attraverso i dischi di Prince. A me ci sono voluti quasi ventisette anni e un acquisto casuale (Fit To Be Tied) per capire che essere nata femmina non era roba di cui sbarazzarsi. A cosa serviva, quella benedetta stanza tutta per me, quando non avevo una voce? Ho cominciato prendendo in prestito la sua. Ho finito per trovarne una nuova.

Secondo quelli che ne sanno, Joan Jett (nome da personaggio fittizio, se ne esiste uno) ha fatto del rock’n’roll senza la pregiudiziale del gender, il genere di appartenenza sessuale. In effetti basta ascoltare la cover di Let’s Do It che ha fatto con Paul Westerberg per capire che il gender è il minore dei suoi problemi. È mezza donna e mezza uomo, femminista e ironica, una lesbica che strilla Do You Wanna Touch Me? a un ragazzo immaginario. Una punk che ha riempito gli stadi, scrive canzoni e canta quelle degli altri, suona il rock più classico che c’è ma abbraccia i suoi lati pacchiani. Una dura con un sorriso pieno di denti, una scalatrice di classifiche autoprodotta. Una che è capace di cantare I’m you ch-ch-ch-ch-ch-cherry bomb con la faccia convinta a quarant’anni passati. La sua è la voce di tutte le garage band del mondo. Una lunga, ininterrotta, sgraziata dichiarazione d’amore al primo che capita.

Le donne rimangono un mistero. Giro in mezzo a loro come un turista all’ora del tè. Somiglio a quella che nei film muore per prima: la puttanella destinata a inciampare nei tacchi a spillo. Mi mancano solo i capelli biondi per centrare l’identikit. Ma sono in grado di sopravvivere anche in queste condizioni. Ragiono come un maschio – ho dentro qualcosa che posso solo chiamare mio tesoro, mio sangue – e sono uscita allo scoperto come femmina. Una somma di parti che non vanno d’accordo.

Ascolto Joan Jett che canta la sigla di Mary Tyler Moore – This world is awfully big and girl this time you’re all alone – e sono di nuovo una bellissima bambina.

Violetta Bellocchio È stata una dei beneficiari delle borse di scrittura del Premio Solinas – Scrivere Per il Cinema 2003. In questo momento scrive con regolarità per Rolling Stone Italia e Flair. Chi lo desiderasse, può leggerla anche in La notte dei blogger (Einaudi Stile Libero) e Scontrini (Baldini & Castoldi & Dalai). Ogni tanto chiacchiera dentro la trasmissione di Radio2 Atlantis. In futuro potrebbe riuscire a mantenersi come sceneggiatrice. Sono succcesse cose anche più strane.



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